Gli angeli del nostro tempo

Sono stato per anni testimonial di Piero Guidi, e lo dico con grande orgoglio. Essere stato scelto, insieme ad  altri valenti colleghi, per rappresentare quei giubbini da reporter è in qualche maniera un riconoscimento. Una volta stavo a Urbino e ho voluto conoscere lo stilista. Sono passato attraverso quei giganteschi “angeli del nostro tempo” e ho conosciuto quest’imprenditore così bravo e così silenzioso, come tutti i marchigiani che valgono. E’ sceso da qualche ufficio in alto, è stato simpatico e generoso. A dimostrazione che lo apprezzavo da tempo, gli ho fatto vedere una delle prime borse firmate da lui, quasi agli esordi, che avevo comprato. “Un cimelio” aveva esclamato sorpreso e me l’ha chiesta in cambio di una nuova, e l’ha messa nel suo “museo”, probabilmente sta ancora lì. Adesso ho scoperto che io sono più vecchio di lui e che purtroppo gli è capitata la più grande disgrazia che può capitare a un padre: suo figlio, Giacomo, ha deciso di raggiungere quegli angeli che lui stesso aveva disegnato. Gli sono vicino, con infinito affetto. Un po’ mi sento della famiglia.

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(Nella foto, con un giaccone Guidi a Teheran)

La storia di una famiglia e di una grande azienda

Rai, è tornato il metodo Agnes

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In questo panorama infettato di politica, naturalmente l’interpretazione della nomina di Orfeo a dg della Rai è tutta legata ai giochi di potere. Invece io voglio vederla sotto un piano aziendale. E non posso che essere soddisfatto: finalmente si è ripresa un’antica abitudine che ha incassato a suo tempo tanti successi. E’ la linea interna, portando ai vertici oltretutto proprio i direttori del tg (allora unico): Villy De Luca, Pasquarelli e soprattutto Biagione Agnes di cui Orfeo è anche conterraneo. Evitiamo intanto due equivoci di fondo: la politica non potrà mai essere fuori finchè l’editore della Rai resterà il Parlamento e le “divagazioni” amministrative hanno sempre portato disastri come ai tempi dei professori quando la Moratti (c’ero) ordinò un’indagine per stabilire quanto costasse un’ora di televisione, come fossero scatolette di pomodoro. Per evitare dubbi corporativi diciamo che vanno bene anche dirigenti come Leone, Cappon o Fiorespino, nati e cresciuti sotto il segno del cavallo, sicuramente gente che sa muoversi dentro viale Mazzini. Ma non manager caduti chissà da dove che non sanno proprio dove mettere le mani. Credo che nella folle corsa al dirigente esterno Dall’Orto abbia battuto tutti, umiliando la parte operativa. Si merita come commiato un’indovinata battuta di Fiorello: “Ai vecchi tempi se un capellone così si fosse avvicinato al palazzo lo avrebbero arrestato i carabinieri”.

Mario Orfeo ha già dimostrato di essere una persona equilibrata, sia pur di carattere. Il record di ascolti del Tg1 non è certo casuale, così come il livello dei suoi probabili successori, Di Bella o Ferragni li conosco bene, sanno a memoria la macchina. E a chi fa già girare la battuta che il nuovo dg “sa tenere testa ai grillini” mi vien da rispondere che sicuramente saprà tenere testa alla mia amica Maggioni che proprio non si adatta a un ruolo di mera rappresentanza /che si credeva?). E a proposito di grillini certo non può che far sorridere l’ennesima performance del prode Freccero che offre la sua candidatura vantando una competenza superiore pronto a dimostrarla di fronte al presidente della commissione di vigilanza. Ridicolo per tanti motivi ma soprattutto perché quale competenza può avere proprio quel Fico che solo a pensare che sta sulla poltrona di Zavoli viene la pelle d’oca. E poi non sono forse loro i protagonisti nazionali del festival dell’incompetenza?

Infine, a margine: non era Dall’Orto l’uomo di Renzi e adesso lo è Orfeo? Se è vero che il toscanaccio è così tanto democristiano, umilmente gli suggerirei di ereditare una storica battuta dell’imbattibile Andreotti: “Salvo le guerre puniche mi hanno accusato di tutto”. A Renzi forse pure quelle.

“Da certe parti, in montagna, è difficile stabilire dov’è il bene e dov’è il male”

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A San Luca non si vota da quattro anni, da quando cioè il comune dell’Aspromonte è stato sciolto per mafia. Anche stavolta non è stata presentata nessuna lista, i calabresi dell’interno preferiscono il commissario, isolati pure da quelli della costa. Conosco bene San Luca, cinque cognomi in tutto. Non intendo criminalizzare nessuno, ma ricordo bene che si chiamava Strangio il rapitore di Casella, così come il sindaco, il prete, il macellaio e Strangio anche il vicesindaco di Griffith, in Australia, dependance della ‘ndrangheta (che ho visitato). Conosco dunque malefatte ma anche l’isolamento, ricordo una frase drammatica che mi porto dentro da anni come un macigno: “Per un ragazzino del nord siete venuti tutti delle grandi tv nazionali. Quando un mese fa è stata chiusa una fabbrica con decine di famiglie sul lastrico e abbiamo bloccato la statale jonica non è venuta neppure la tv regionale”. Per questo mi sono vergognato del baciamano vergognoso al boss latitante arrestato finalmente ieri, perché so che la gente di San Luca, come tutta quella dell’Aspromonte, non è tutta così. Proprio per sottolineare le differenze con i cittadini onesti quel farabutto che ha reso omaggio a un criminale andava arrestato. Non esiste forse il concorso esterno in associazione mafiosa? E quel gesto irresponsabile, davanti a decine di carabinieri non favorisce una certa cultura deviata, non è sottomissione? Da certe parti, in montagna, è difficile distinguere il bene dal male. Così come mi disse molti anni fa uno dei più potenti capibastone, don Ciccio Nirta.,

Il vecchio boss di San Luca si chiamava don Ciccio Nirta. I carabinieri mi portarono dalle parti di quella che doveva essere la casa. A quel punto la solita domanda: “Scusate dove abita don Ciccio?” E la solita risposta: “Chiedete”. Finchè, bussando a tutte le porte, bussò finalmente alla porta giusta. Gli aprì una vecchia rigorosamente in nero. “Sì, questa è la casa di don Ciccio”. Don Ciccio mi accolse con inaspettato calore. Ma senza sorrisi. Spiegò: “Sono un povero vecchio e stanco che non può alzarsi a salutare vossia perchè le gambe non funzionano più e che non sorride da quando un figlio lo hanno ammazzato e un altro lo hanno fatto mettere in galera ingiustamente”.

– Chi lo ha fatto mettere in galera?

“I mafiosi. Così mi hanno tolto tutti e due i figli. Avevano paura”.

– Don Ciccio, i mafiosi… Si dice…

“Lo so cosa si dice. Io ho sempre lavorato. Guardate le mani, mani da lavoratore. Se ero mafioso ero ricco e con belle mani. Come quelli. Bisogna distinguere il bene dal male…”.

Ancora il bene e il male. Triste ritornello di paesi come questi.

– Don Ciccio, cosa pensa dei sequestri di persona?

“C’è del bene e c’è del male. Quando si prendono i piccirilli, per esempio, è male. Quando si violentano le donne, è malissimo. Che c’entra la violenza con i rapimenti?”

– Perchè un rapimento non è un atto violento?

“E’ una violenza anche questo isolamento, questi giovani senza lavoro. Ho un mio nipote che ha vent’anni, non è che lo potete aiutare? E non è violenza i carabinieri che buttano giù la porta? Come se lo Stato fosse tutto qui, nelle porte buttate giù o nelle battute da mille carabinieri che servono solo alla televisione. Sapete il più grande successo sociale di questo paese negli ultimi anni? Il campetto di calcio, almeno i ragazzini vanno lì invece che a fare il tiro a segno dappertutto”.

– Ma…

“E poi pensate che si sequestrano tutti i ricchi? Non è vero. Si sequestrano i ricchi cattivi. Soprattutto con la servitù. Loro vengono da fuori, fanno i colonialisti, colonizzatori, come si dice?, e pagano tre lire gente disperata di questi posti. Uno non è che lo fa apposta. Ma poi d’estate torna in paese e racconta le ingiustizie. C’è chi sente e pensa di rifarsi a modo suo, facendogliela pagare”.

– E questo sarebbe il bene?

“Non so se il bene. So cos’è il male. Il male è che i balordi non fanno i sequestri solo per soldi, per sopravvivere ma perchè amano la violenza. Questo è il male”.

Nella faccia incartapecorita di don Ciccio sfilano giù due lacrime.

“Un caffè, amico mio? E volete mangiare alla tavola di due poveri vecchi che non hanno più figli?”

– Il caffe’ sì, grazie.