Gli angeli del nostro tempo

Sono stato per anni testimonial di Piero Guidi, e lo dico con grande orgoglio. Essere stato scelto, insieme ad  altri valenti colleghi, per rappresentare quei giubbini da reporter è in qualche maniera un riconoscimento. Una volta stavo a Urbino e ho voluto conoscere lo stilista. Sono passato attraverso quei giganteschi “angeli del nostro tempo” e ho conosciuto quest’imprenditore così bravo e così silenzioso, come tutti i marchigiani che valgono. E’ sceso da qualche ufficio in alto, è stato simpatico e generoso. A dimostrazione che lo apprezzavo da tempo, gli ho fatto vedere una delle prime borse firmate da lui, quasi agli esordi, che avevo comprato. “Un cimelio” aveva esclamato sorpreso e me l’ha chiesta in cambio di una nuova, e l’ha messa nel suo “museo”, probabilmente sta ancora lì. Adesso ho scoperto che io sono più vecchio di lui e che purtroppo gli è capitata la più grande disgrazia che può capitare a un padre: suo figlio, Giacomo, ha deciso di raggiungere quegli angeli che lui stesso aveva disegnato. Gli sono vicino, con infinito affetto. Un po’ mi sento della famiglia.

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(Nella foto, con un giaccone Guidi a Teheran)

La storia di una famiglia e di una grande azienda

“Da certe parti, in montagna, è difficile stabilire dov’è il bene e dov’è il male”

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A San Luca non si vota da quattro anni, da quando cioè il comune dell’Aspromonte è stato sciolto per mafia. Anche stavolta non è stata presentata nessuna lista, i calabresi dell’interno preferiscono il commissario, isolati pure da quelli della costa. Conosco bene San Luca, cinque cognomi in tutto. Non intendo criminalizzare nessuno, ma ricordo bene che si chiamava Strangio il rapitore di Casella, così come il sindaco, il prete, il macellaio e Strangio anche il vicesindaco di Griffith, in Australia, dependance della ‘ndrangheta (che ho visitato). Conosco dunque malefatte ma anche l’isolamento, ricordo una frase drammatica che mi porto dentro da anni come un macigno: “Per un ragazzino del nord siete venuti tutti delle grandi tv nazionali. Quando un mese fa è stata chiusa una fabbrica con decine di famiglie sul lastrico e abbiamo bloccato la statale jonica non è venuta neppure la tv regionale”. Per questo mi sono vergognato del baciamano vergognoso al boss latitante arrestato finalmente ieri, perché so che la gente di San Luca, come tutta quella dell’Aspromonte, non è tutta così. Proprio per sottolineare le differenze con i cittadini onesti quel farabutto che ha reso omaggio a un criminale andava arrestato. Non esiste forse il concorso esterno in associazione mafiosa? E quel gesto irresponsabile, davanti a decine di carabinieri non favorisce una certa cultura deviata, non è sottomissione? Da certe parti, in montagna, è difficile distinguere il bene dal male. Così come mi disse molti anni fa uno dei più potenti capibastone, don Ciccio Nirta.,

Il vecchio boss di San Luca si chiamava don Ciccio Nirta. I carabinieri mi portarono dalle parti di quella che doveva essere la casa. A quel punto la solita domanda: “Scusate dove abita don Ciccio?” E la solita risposta: “Chiedete”. Finchè, bussando a tutte le porte, bussò finalmente alla porta giusta. Gli aprì una vecchia rigorosamente in nero. “Sì, questa è la casa di don Ciccio”. Don Ciccio mi accolse con inaspettato calore. Ma senza sorrisi. Spiegò: “Sono un povero vecchio e stanco che non può alzarsi a salutare vossia perchè le gambe non funzionano più e che non sorride da quando un figlio lo hanno ammazzato e un altro lo hanno fatto mettere in galera ingiustamente”.

– Chi lo ha fatto mettere in galera?

“I mafiosi. Così mi hanno tolto tutti e due i figli. Avevano paura”.

– Don Ciccio, i mafiosi… Si dice…

“Lo so cosa si dice. Io ho sempre lavorato. Guardate le mani, mani da lavoratore. Se ero mafioso ero ricco e con belle mani. Come quelli. Bisogna distinguere il bene dal male…”.

Ancora il bene e il male. Triste ritornello di paesi come questi.

– Don Ciccio, cosa pensa dei sequestri di persona?

“C’è del bene e c’è del male. Quando si prendono i piccirilli, per esempio, è male. Quando si violentano le donne, è malissimo. Che c’entra la violenza con i rapimenti?”

– Perchè un rapimento non è un atto violento?

“E’ una violenza anche questo isolamento, questi giovani senza lavoro. Ho un mio nipote che ha vent’anni, non è che lo potete aiutare? E non è violenza i carabinieri che buttano giù la porta? Come se lo Stato fosse tutto qui, nelle porte buttate giù o nelle battute da mille carabinieri che servono solo alla televisione. Sapete il più grande successo sociale di questo paese negli ultimi anni? Il campetto di calcio, almeno i ragazzini vanno lì invece che a fare il tiro a segno dappertutto”.

– Ma…

“E poi pensate che si sequestrano tutti i ricchi? Non è vero. Si sequestrano i ricchi cattivi. Soprattutto con la servitù. Loro vengono da fuori, fanno i colonialisti, colonizzatori, come si dice?, e pagano tre lire gente disperata di questi posti. Uno non è che lo fa apposta. Ma poi d’estate torna in paese e racconta le ingiustizie. C’è chi sente e pensa di rifarsi a modo suo, facendogliela pagare”.

– E questo sarebbe il bene?

“Non so se il bene. So cos’è il male. Il male è che i balordi non fanno i sequestri solo per soldi, per sopravvivere ma perchè amano la violenza. Questo è il male”.

Nella faccia incartapecorita di don Ciccio sfilano giù due lacrime.

“Un caffè, amico mio? E volete mangiare alla tavola di due poveri vecchi che non hanno più figli?”

– Il caffe’ sì, grazie.

Il Brasile delle contraddizioni

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C’era un grande parco dietro l’albergo. E dentro quel parco di fatto viveva tutta quella città finta, inventata a tavolino, appena cinquantenne. C’erano le bancarelle, i giochi per i bambini, e ogni passatempo che poteva coinvolgere tutti gli “schiavi”, cioè gli unici abitanti che nel fine settimana abitavano la capitale, quando tutti i politici tornavano a casa. E anche noi scendevamo in quel parco, uniti nel destino a quegli “schiavi” che dovevano mantenere viva, almeno nell’apparenza, la città. Ecco, questa per me resta Brasilia. Ci sono stato quattro volte in pochi mesi per seguire la vicenda allucinante di Battisti. Non restavano solo gli “schiavi” dal giovedì pomeriggio al martedì mattina, quando i parlamentari tornavano…praticamente per soli due giorni di lavoro a settimana. C’erano anche i vari funzionari che ruotavano (molto snob) intorno al circolo del potere che facevano festa ubriacandosi. Naturalmente eravamo invitati, più per cortesia che per altro, perché poi alla fine parlavano tutti rigorosamente portoghese e ci sentivamo isolati ma comunque costretti moralmente a rifilare qualche “obrigado”.

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Adesso a Brasilia c’è la guerra. I signori che gestiscono questo Paese così bello da mozzare il fiato ma anche così contraddittorio ormai non hanno scampo: la corruzione coinvolge tutti i potenti. E gli “schiavi” si sono ormai stancati di morire (letteralmente) di fame per far ricchi pochi, e arroganti, eletti.