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Era martedì, come oggi

Era martedì, un giorno qualsiasi. Avevo una cena. Appena tornato da mensa, a Saxa Rubra, avevo meditato di squagliarmi. Già raccolti i giornali, presa la borsa, ero sulla porta a salutare. Quando Carlo Pilieci, il capocronista che sta fisso sulle agenzie, urla: “Fermo! Aspetta!” Arrivano le immagini del secondo aereo che si schianta dentro le torri. Da quel momento il finimondo. Tutto risbattuto sulla scrivania. L’edizione straordinaria. La convocazione dal direttore che era il grande Albino Longhi. Non ricordo esattamente i dettagli, ma il quadro era chiaro: bisognava partire di corsa per New York. Incaricati in due: Lilli Gruber e il sottoscritto. Ricordo bene l’orgoglio: ero cosciente di andare incontro alla storia, mai come stavolta. Cominciano i problemi. Per l’America naturalmente voli bloccati. Lilli va direttamente in aeroporto e aspetta. Io tento di organizzarmi: c’è l’ipotesi di un volo dei vigili del fuoco italiani, cerco d’infilarmi. Tutto annullato, allora corro a Fiumicino. Il giorno dopo partiamo con un volo della Klm, il primo aereo che parte per New York dopo la strage, passando per Detroit. Trovai una città gelata dal dolore, ne respirai la polvere e la paura. Certamente quel giorno ha rappresentato uno spartiacque per il mondo. E anche per il sottoscritto. A dicembre ero già in Afghanistan, e poi in Iraq. La vita di tutti da allora è cambiata.

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In qualche maniera l’11 settembre fu un atto di guerra. Una guerra che diciassette anni dopo ancora non è finita. Ho raccontato mille volte come trovai l’America nei giorni immediatamente successivi. Ho rivisto proprio nei giorni scorsi l’amico Gioacchino Gruppo, allora caposcalo della Kml, che mi fece partire. Ho rivitalizzato questo blog che misi a punto proprio nel palazzo della Rai, sulla Sesta Avenue. Ma non posso soprattutto dimenticare la mia ragazza del ’19 che ho perso proprio nell’anniversario del decennale. Perchè la madre di un inviato non può andarsene in un giorno qualsiasi. Per tanti motivi oggi sono triste.

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Arrivo di notte nella “grande mela” ferita e frastornata. Trovo una città ancora gelata dal dolore. L’aspetto più agghiacciante è il silenzio. Si prega anche senza parole, semplicemente stando insieme, come in Union Square, proprio a ridosso dell’apocalisse. Vado sulla prima avenue, al Bellevue hospital, dove arrivano i feriti, diventato il punto d’incontro spontaneo di chi cerca qualcuno. Cartoline, biglietti, foto, fiori: hanno costruito quello che chiamano ormai il muro della preghiera che in realtà è un grande, angosciante monumento alla speranza infinita, purtroppo spesso l’illusione di ritrovare ancora in vita i propri cari. Tanti nomi italiani alla parete del pianto: Rossetti, D’Antonio, Di Leo, Caggiano, Tipaldi, La Martira, Ulissa Micciulli che cerca la cugina Deanna Galante. Centinaia di nomi italiani. Ma non è semplice cercare, nè capire in una metropoli dove di italiani d’origine ce n’è almeno mezzo milione. La madre di Michelle Scarpetta, 26 anni, chiede aiuto: “Lei stava al 95 piano, qualcuno l’ha vista?” E chi ha visto un’altra ragazza, Giovanna Gambale detta Gennie? “Lei stava più su, al piano numero 105”. La speranza. Tra fiaccole e lacrime anche balli, di una forza struggente contro tutte le violenze. Ma soprattutto canti: disperati, che invocano la pace. Si prega per chi non c’è più ma soprattutto per chi resta. Per il futuro del mondo.

(New York, settembre 2001, Pino Scaccia)

Remember: le foto di quei giorni

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