Povera Somalia, ancora senza pace

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“Ho visitato due radio locali che hanno anche siti internet: Shabelle e Benadir. Ho visitato i loro studi. Ho parlato a lungo con i direttori. Erano onorati di ricevere ospiti italiani (ancora voglia d’Italia). Gli ho chiesto come si può fare il giornalista qui. Hanno risposto sicuri, tracciando programmi e progetti. Ma poi ho chiesto ancora: ma si può essere liberi di fare i giornalisti in Somalia? Non hanno capito la domanda, e mi hanno offerto cocacola”. Queste note le ho scritte da Mogadiscio, tredici anni fa. Ieri è stato ucciso il tredicesimo giornalista di Radio Shabelle. Si chiamava Abdulaziz Mohamed Ali ma tutti lo chiamavano Hajji. “Era la voce dei senza voce, a cominciare dagli sfollati, che serviva con il suo lavoro e il suo talento”: così lo hanno ricordato i colleghi, affranti. Si trovava in un bar, al centro. A ucciderlo un commando di due persone, giunto a bordo di una motocicletta. L’omicidio è arrivato dopo l’annuncio del rinvio delle elezioni legislative, in programma a partire da sabato scorso. La Somalia sta provando a risollevarsi dopo un conflitto civile che dura da più di vent’anni . Ma Al Shabaab, gruppo islamista in lotta contro il governo e i peacekeeper dell’Unione Africana, non vuole la pace, ma solo sangue. Intanto, i reporter assassinati nel mondo hanno già superato quota cento, sono 101. E ci si avvia a un’altra strage, come ogni anno. Dossier 2016

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Chi tocca i giornalisti mi fa pena

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Spesso i giornalisti non rappresentano, per così dire, la parte migliore dell’umanità. Il mestiere può provocare “silicosi dell’anima, nella forma di narcisismi tragicomici, gelosie forsennate, attitudine servile, meschinità”. Ma ciò che riscatta la categoria è soprattutto quel sentimento disinteressato: l’intensa, appassionata curiosità dei veri cronisti che hanno come unico scopo quello di raccontare quello che vedono e che sentono, a costo di pagarlo con la vita. Dunque, quando si attaccano i giornalisti io non ci sto. Nei primi sette mesi dell’anno sono già stati uccisi 97 reporter in tutto il mondo, solo per la voglia e il coraggio di essere accanto alla notizia. Più di trecento (341) sono in prigione, 54 sono stati sequestrati. In Italia, ci sono state quest’anno già 521  minacce, 40 vivono attualmente sotto scorta. Combattono la mafia e sono anche vittime delle “querele temerarie” da parte dei poteri forti. Guadagnano, quando va bene, due euro a pezzo: la professione, umiliata dalla grande bufala del web, è in profonda crisi. Magari talvolta sbagliano, ma guardano ai fatti. E non possono rischiare di prenderle come succede, ad esempio, in Turchia dove c’è un sultano pazzo che non accetta la benchè minima opposizione. Sono considerati nemici, ma  un mondo senza testimoni è sicuramente un mondo peggiore. Ecco, chi non lo capisce mi fa pena. Piccoli uomini e piccole donne. E mi spaventa.

Storia di un viaggio oltre le barricate

Ho vissuto questi momenti per almeno trent’anni. Più la situazione precipita in Ucraina, più mi ricorda quella della Georgia. E con un pò di nostalgia (lo ammetto) gioco con la fantasia e m’immagino di essere ancora operativo. Cosa avrei fatto in questo momento? Avrei fatto esattamente quello che stanno facendo di sicuro gli amici del Tg1. Sarei stato naturalmente a Kiev per la rivolta e adesso sarei alle porte della Crimea. In attesa del via libera delle truppe russe, non in questo momento. I meccanismi sono sempre gli stessi: la Crimea per ora raccontata da Mosca in contraltare alla realtà ucraina descritta dall’inviato. Proprio tutto uguale alla Georgia, solo moltiplicato dalla grandezza del territorio. Passaggi identici, addirittura nei dettagli.

Amarcord, sei anni fa. Tutti i giorni, per almeno un mese, da Tblisi quei cento chilometri fino a Gori, bloccata dai carri armati russi. La solita guerra mediatica fatta di notizie contraddittorie: Mosca che nega il blocco (c’era su tutte le strade limitrofe ed era pericolosissimo tentare sortite) ma invece era impossibile andare verso l’Ossezia del sud o l’Abkhazia, regioni filorusse come la Crimea. Putin che si dice “costretto” a difendere la sicurezza, a rispondere alla richiesta di aiuto, e intanto schiera ottomila soldati e decine di blindati. Per giorni, davanti a Gori ho tentato un approccio sfruttando quelle poche parole di russo che conoscevo. Finchè un giorno (ma molto tempo dopo) mi si avvicina un ragazzotto in borghese che doveva essere del Kgb perchè tutti si mettevano sull’attenti e guarda la sfilza di giornalisti occidentali. Fa la conta e chiama anche me: “Raiuno, come here“. Per lui ero semplicemente “Raiuno”. Ci fa salire su un camion. Gli interpreti e gli autisti restano alla barriere: non si accettano georgiani. La prendiamo come una gita. Norberto mi fa una foto con Mario, l’operatore del Tg3. Toh, finalmente entriamo a Gori. Attraversiamo la città di Stalin e con il cellulare realizzo un piccolo video. Ma il viaggio è molto più lungo. Attraversata Gori, andiamo ancora avanti. Naturalmente i russi ci fanno vedere quello che gli interessa: le macerie della periferia di Tskinvali, la capitale dell’Ossezia. Quell’attacco di Tblisi che poi ha scatenato la guerra. Riavvolgo il nastro della memoria, come in un film. Ci ritroviamo addirittura in piazza, assistiamo a un comizio del leader filorusso, partecipiamo a una grande festa a teatro. Siamo, con molta sorpresa, al centro di quell’Ossezia che – da cronisti – abbiamo per più di un mese accarezzato come obiettivo. Con l’Abhazia non è successo.

IMG_7783I carri armati russi davanti a Gori.

georgia-tg Il tentativo di approccio.

IMG_7798 Le truppe di Mosca lungo la strada per l’Ossezia.

Quella notte dentro Gori.

IMG_7847 Amarcord sul camion russo oltre Gori.

IMG_7852 Testimoni delle rovine.

IMG_7826 Documento tre le macerie.

IMG_7843 Al centro di Tskinvali, tra i filorussi. Missione compiuta.