Povera Somalia, ancora senza pace

14445997_10211146609930343_1755754777426976840_n

“Ho visitato due radio locali che hanno anche siti internet: Shabelle e Benadir. Ho visitato i loro studi. Ho parlato a lungo con i direttori. Erano onorati di ricevere ospiti italiani (ancora voglia d’Italia). Gli ho chiesto come si può fare il giornalista qui. Hanno risposto sicuri, tracciando programmi e progetti. Ma poi ho chiesto ancora: ma si può essere liberi di fare i giornalisti in Somalia? Non hanno capito la domanda, e mi hanno offerto cocacola”. Queste note le ho scritte da Mogadiscio, tredici anni fa. Ieri è stato ucciso il tredicesimo giornalista di Radio Shabelle. Si chiamava Abdulaziz Mohamed Ali ma tutti lo chiamavano Hajji. “Era la voce dei senza voce, a cominciare dagli sfollati, che serviva con il suo lavoro e il suo talento”: così lo hanno ricordato i colleghi, affranti. Si trovava in un bar, al centro. A ucciderlo un commando di due persone, giunto a bordo di una motocicletta. L’omicidio è arrivato dopo l’annuncio del rinvio delle elezioni legislative, in programma a partire da sabato scorso. La Somalia sta provando a risollevarsi dopo un conflitto civile che dura da più di vent’anni . Ma Al Shabaab, gruppo islamista in lotta contro il governo e i peacekeeper dell’Unione Africana, non vuole la pace, ma solo sangue. Intanto, i reporter assassinati nel mondo hanno già superato quota cento, sono 101. E ci si avvia a un’altra strage, come ogni anno. Dossier 2016

Advertisements

Chi tocca i giornalisti mi fa pena

12670286_746504762153692_2904160916181843906_n

Spesso i giornalisti non rappresentano, per così dire, la parte migliore dell’umanità. Il mestiere può provocare “silicosi dell’anima, nella forma di narcisismi tragicomici, gelosie forsennate, attitudine servile, meschinità”. Ma ciò che riscatta la categoria è soprattutto quel sentimento disinteressato: l’intensa, appassionata curiosità dei veri cronisti che hanno come unico scopo quello di raccontare quello che vedono e che sentono, a costo di pagarlo con la vita. Dunque, quando si attaccano i giornalisti io non ci sto. Nei primi sette mesi dell’anno sono già stati uccisi 97 reporter in tutto il mondo, solo per la voglia e il coraggio di essere accanto alla notizia. Più di trecento (341) sono in prigione, 54 sono stati sequestrati. In Italia, ci sono state quest’anno già 521  minacce, 40 vivono attualmente sotto scorta. Combattono la mafia e sono anche vittime delle “querele temerarie” da parte dei poteri forti. Guadagnano, quando va bene, due euro a pezzo: la professione, umiliata dalla grande bufala del web, è in profonda crisi. Magari talvolta sbagliano, ma guardano ai fatti. E non possono rischiare di prenderle come succede, ad esempio, in Turchia dove c’è un sultano pazzo che non accetta la benchè minima opposizione. Sono considerati nemici, ma  un mondo senza testimoni è sicuramente un mondo peggiore. Ecco, chi non lo capisce mi fa pena. Piccoli uomini e piccole donne. E mi spaventa.