Storia di un viaggio oltre le barricate

Ho vissuto questi momenti per almeno trent’anni. Più la situazione precipita in Ucraina, più mi ricorda quella della Georgia. E con un pò di nostalgia (lo ammetto) gioco con la fantasia e m’immagino di essere ancora operativo. Cosa avrei fatto in questo momento? Avrei fatto esattamente quello che stanno facendo di sicuro gli amici del Tg1. Sarei stato naturalmente a Kiev per la rivolta e adesso sarei alle porte della Crimea. In attesa del via libera delle truppe russe, non in questo momento. I meccanismi sono sempre gli stessi: la Crimea per ora raccontata da Mosca in contraltare alla realtà ucraina descritta dall’inviato. Proprio tutto uguale alla Georgia, solo moltiplicato dalla grandezza del territorio. Passaggi identici, addirittura nei dettagli.

Amarcord, sei anni fa. Tutti i giorni, per almeno un mese, da Tblisi quei cento chilometri fino a Gori, bloccata dai carri armati russi. La solita guerra mediatica fatta di notizie contraddittorie: Mosca che nega il blocco (c’era su tutte le strade limitrofe ed era pericolosissimo tentare sortite) ma invece era impossibile andare verso l’Ossezia del sud o l’Abkhazia, regioni filorusse come la Crimea. Putin che si dice “costretto” a difendere la sicurezza, a rispondere alla richiesta di aiuto, e intanto schiera ottomila soldati e decine di blindati. Per giorni, davanti a Gori ho tentato un approccio sfruttando quelle poche parole di russo che conoscevo. Finchè un giorno (ma molto tempo dopo) mi si avvicina un ragazzotto in borghese che doveva essere del Kgb perchè tutti si mettevano sull’attenti e guarda la sfilza di giornalisti occidentali. Fa la conta e chiama anche me: “Raiuno, come here“. Per lui ero semplicemente “Raiuno”. Ci fa salire su un camion. Gli interpreti e gli autisti restano alla barriere: non si accettano georgiani. La prendiamo come una gita. Norberto mi fa una foto con Mario, l’operatore del Tg3. Toh, finalmente entriamo a Gori. Attraversiamo la città di Stalin e con il cellulare realizzo un piccolo video. Ma il viaggio è molto più lungo. Attraversata Gori, andiamo ancora avanti. Naturalmente i russi ci fanno vedere quello che gli interessa: le macerie della periferia di Tskinvali, la capitale dell’Ossezia. Quell’attacco di Tblisi che poi ha scatenato la guerra. Riavvolgo il nastro della memoria, come in un film. Ci ritroviamo addirittura in piazza, assistiamo a un comizio del leader filorusso, partecipiamo a una grande festa a teatro. Siamo, con molta sorpresa, al centro di quell’Ossezia che – da cronisti – abbiamo per più di un mese accarezzato come obiettivo. Con l’Abhazia non è successo.

IMG_7783I carri armati russi davanti a Gori.

georgia-tg Il tentativo di approccio.

IMG_7798 Le truppe di Mosca lungo la strada per l’Ossezia.

Quella notte dentro Gori.

IMG_7847 Amarcord sul camion russo oltre Gori.

IMG_7852 Testimoni delle rovine.

IMG_7826 Documento tre le macerie.

IMG_7843 Al centro di Tskinvali, tra i filorussi. Missione compiuta.

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Quei carri armati russi

georgia tg

Adesso la Russia ha schierato i carri armati a Sebastopoli. Non ci sta a perdere completamente l’Ucraina e punta sulla Crimea dove la maggioranza della popolazione è a favore del Cremlino. Mi ricorda straordinariamente il conflitto, breve ma sanguinoso, con la Georgia nell’agosto del 2008. Fallito il tentativo di “riprendersi” Tblisi, Putin allora puntò sulla frammentazione del Paese mettendo le mani sulle regioni più filorusse, Ossezia del sud e Abkhazia. Non sul piano diplomatico, ma con le truppe. Ho seguito per mesi quella guerra frutto di fratture mai sanate all’interno dell’ex impero sovietico. Ho visto morti e rovine che mi auguro non debbano ripetersi ora. Alla Georgia allora mancò l’appoggio promesso degli Stati Uniti, l’Ucraina ha al contrario adesso il forte appoggio europeo. Ma la differenza sta soprattutto nei numeri: la Georgia ha soltanto il dieci per cento della popolazione ucraina (45 milioni), e alla base c’è soprattutto una grave crisi economica. In definitiva, due storie completamente diverse ma quei carri armati non promettono niente di buono.