Povera Somalia, ancora senza pace

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“Ho visitato due radio locali che hanno anche siti internet: Shabelle e Benadir. Ho visitato i loro studi. Ho parlato a lungo con i direttori. Erano onorati di ricevere ospiti italiani (ancora voglia d’Italia). Gli ho chiesto come si può fare il giornalista qui. Hanno risposto sicuri, tracciando programmi e progetti. Ma poi ho chiesto ancora: ma si può essere liberi di fare i giornalisti in Somalia? Non hanno capito la domanda, e mi hanno offerto cocacola”. Queste note le ho scritte da Mogadiscio, tredici anni fa. Ieri è stato ucciso il tredicesimo giornalista di Radio Shabelle. Si chiamava Abdulaziz Mohamed Ali ma tutti lo chiamavano Hajji. “Era la voce dei senza voce, a cominciare dagli sfollati, che serviva con il suo lavoro e il suo talento”: così lo hanno ricordato i colleghi, affranti. Si trovava in un bar, al centro. A ucciderlo un commando di due persone, giunto a bordo di una motocicletta. L’omicidio è arrivato dopo l’annuncio del rinvio delle elezioni legislative, in programma a partire da sabato scorso. La Somalia sta provando a risollevarsi dopo un conflitto civile che dura da più di vent’anni . Ma Al Shabaab, gruppo islamista in lotta contro il governo e i peacekeeper dell’Unione Africana, non vuole la pace, ma solo sangue. Intanto, i reporter assassinati nel mondo hanno già superato quota cento, sono 101. E ci si avvia a un’altra strage, come ogni anno. Dossier 2016

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