La Torre di Babele

Il blog di Pino Scaccia

Iraq, c’è un futuro dopo il futuro?

sadr city

L’ultimo attentato è del 14 giugno, due giorni fa. Quarantadue morti, a Baghdad. E poi quasi duecento vittime a maggio, 60 in un colpo solo l’11. Sicuramente un migliaio di morti dall’inizio dell’anno. Difficile esser precisi nel bilancio perchè la guerra in Iraq non è più in primo piano nella comunità internazionale, nonostante ormai duri ormai da tredici anni, giusto un po’ meno dell’Afghanistan. E’ finita proprio come lì: gli americani dopo aver scatenato il conflitto se ne sono andati con la barzelletta della sovranità e così i governi locali si ritrovano a gestire un’impossibile sicurezza. Scatenata con una evidente bugia (le armi chimiche, mai trovate) hanno lasciato il Paese nel pantano più assoluto. Oltretutto  commettendo un errore politico gravissimo: dopo aver appoggiato Saddam per dieci anni contro lo spauracchio Iran, hanno tolto il coperchio contro il pericolo islamico e si sono ritrovati al centro dell’attacco dell’intera regione. Lo aveva ben capito Bush padre subito dopo la prima Guerra del Golfo. Liberato il Kuwait senza praticamente sparare un colpo, a chi gli chiedeva di andare a prendere Hussein rispondeva: “Sta bene dove sta”. Poi però il figlio, con la “scusa” dell’11 settembre ha deciso di buttare tutto per aria, senza considerare i rischi. Molti anni dopo un altro presidente, Obama, ha deciso di andarsene dopo 800 miliardi di dollari spesi e una montagna di morti.

Il 20 marzo del 2003 scatta così l’operazione “Antica Babilonia”. Il 15 aprile tutte le città irachene sono invase. Quarantatrè giorni dopo, dal ponte della portaerei Lincoln, dichiara la fine della guerra. Dopo un viaggio allucinante da Amman attraversando il deserto per mille chilometri, il 26 aprile sono a Baghdad. Quindi ancora tecnicamente in guerra. Ricordo in quella che allora si chiamava piazza della Libertà il piedistallo su cui fino a qualche giorno prima era issata la statua di Saddam. Sotto c’era scritto: “Usa go home”, come per dire “grazie che ci avete liberato ma adesso andatevene a casa”. E già quello doveva essere un segnale preciso. Del resto i “realisti” lo avevano capito in anticipo, soprattutto il segretario di Stato Colin Powell che aveva con molta forza sconsigliato l’intervento, ma ormai nessuno più riusciva a fermare Bush jr., autoproclamatosi presidente del mondo. Tredici anni dopo si può dire che la cosiddetta “guerra preventiva” al terrorismo ha sortito l’effetto opposto. Difficile, come dicevo, fare i conti. Secondo “Body count” sono morti dal 2003 circa trecentomila civili, ma altre fonti come l’università di Seattle stima addirittura in un milione di morti il bilancio. Lontanissimo ma comunque alto anche il tributo dei militari  americani: sicuramente non meno di cinquemila, a cui sono da aggiungere cinquecento suicidi per depressione. Numeri impressionanti se comparati con il bilancio dell’attentato alle Due Torri: meno di tremila. Quattrocento i soldati caduti delle altre coalizioni, fra cui trentatrè italiani. Alto, come al solito, anche il numero dei giornalisti morti: 310, molti per fuoco amico.

Il fuoco amico. Hotel Palestine, quindicesimo piano, stanza 1502. E’ l’8 aprile del 2003: i carri armati americani hanno appena conquistato il centro di Baghdad. José Couso è spagnolo, lavora per Telecinco. Reporter di vecchia data, di guerre ne ha viste tante. Prende la telecamera, va sul terrazzino. Il carro armato si gira, spara una cannonata, in alto. Couso muore. Muore anche un altro operatore, Taras Protsyuk, 35 anni, della Reuters. Ha sparato un ragazzino, appena ventenne, dice che ha scambiato la telecamera per uno stinger, forse è stato accecato dal sole. Il Pentagono spiega: avevamo detto che stare in Iraq è pericoloso. Il giorno prima avevano perso la vita altri due giornalisti, uno spagnolo e un tedesco, colpiti da un missile a sud di Baghdad. E altri due il giorno prima ancora. Ma ci sono stati altri “incidenti”: ricordo a memoria di un giornalista russo e di un australiano. E poi, un mese dopo, Mazen Dana. Un carro armato che avanza. Una telecamera che lo riprende. Partono tre colpi di artiglieria. La telecamera cade, l’operatore muore. Il corpo di Mazen è a terra, il driver raccoglie la telecamera, piange, non sa spiegarsi perchè. Mazen stava riprendendo il carcere di Abu Ghraib attaccato dai guerriglieri con i mortai. Il Pentagono ha ammesso l’errore: quella telecamera sembrava un lanciagranate. Chi tiene i conti sostiene che sono stati dodici i giornalisti uccisi per “errore”, maledetti errori.

Già, Abu Ghraib. Ricordo Lyndie, ripugnante. Ripugnante come donna, ripugnante la sua vita: a vent’anni già divorziata, ripugnante come soldato perchè anche in guerra ci sono dei limiti. In una foto punta la mano a modo di pistola contro i genitali di un prigioniero; in un’altra se la ride assieme al fidanzato del momento, il soldato Charles Graner, davanti a una piramide di detenuti nudi e incappucciati. Ma è un’altra l’immagine che più scandalizza, che offende e deprime: in primo piano c’è sempre lei, Lynndie R. England, soldatessa di 21 anni del 372esimo Battaglione di Polizia Militare, in un corridoio del Braccio A1 che trascina un iracheno completamente nudo al guinzaglio. Non doveva essere lì, in quel lato della prigione, quello non era il suo settore. Ci andava per amoreggiare. Volto acqua e sapone, sorriso da liceale. Ho sempre pensato che il diavolo spesso ha il volto degli angeli, per mascherarsi. Ma Lyndie, così minutina, Ha fatto più male lei all’America che tante bombe.

Sono stato molte altre volte in Iraq: ricordo che all’inizio si poteva girare dappertutto, da Bassora e Tikrit (passando per Babilonia) nonostante fosse ancora vivo Saddam. Ma ogni volta gli spazi di movimento si sono sempre più ristretti e il rischio di essere uccisi sempre più alto. Ho visto morte e distruzione, ho sentito l’odio: quasi subito e leggendo i miei resoconti di allora non era difficile prevedere quello che poi è successo. La stagione delle vendette non è ancora finita e politicamente, oltre che sul piano militare, si tratta dell’ennesimo fallimento. Ho tante cose da raccontare, talmente tante che fatico a ricordare. Certo non posso dimenticare quando sono stato vicinissimo alla morte.

L’agguato. Li chiamano Ali Baba, i ladroni. Rapinano sulle strade, le lunghe strade, tutte diritte che attraversano l’Iraq. La tecnica è sempre la stessa. Sparano alle gomme delle auto per farle fermare, poi la rapina. Due giorni fa è successo a Bassora ai giornalisti del Washigton post, la settimana scorsa a una troupe inglese a Ramadi. Un pomeriggio è successo a noi. Tornavamo da Nassiryia. Quasi a ridosso di Baghdad, mancavano meno di quaranta chilometri, l’agguato in un posto che si chiama al Hafria. Un pick-up ci taglia la strada, il nostro autista non si ferma, tirano su le armi. Colpiscono la gomma davanti ma Mahdi, l’autista non si ferma ancora. Allora ci affiancano: sparano ancora ripetutamente, con due kalashnikov e una pistola. Ormai sparano ad altezza d’uomo, riusciamo comunque a fuggire, ci infiliamo in un cantiere in mezzo alla gente. Siamo in cinque. Sull’auto i segni pesanti dell’agguato. Il vetro frantumato dalle raffiche, almeno quattro pallottole sono entrate dentro, una ha colpito la gamba di Mahdi. Non è facile parlare delle proprie paure, ma dovevo raccontarlo per spiegare cos’è l’Iraq. In quei pochi (tanti) minuti in cui loro ci sparavano e noi scappavamo è stato come andare dall’altra parte: mi è servito per fare un bilancio, pensando a tutte le cose che non ero riuscito a fare e a tutte le cose non dette. Soprattutto quella grande paura mi ha insegnato ad aver paura. Per sopravvivere.

Mahdi, lo avrete capito, è il mio Shafique irakeno. L’ultima volta, quando ho lasciato Baghdad, pioveva. Mi ha chiesto una foto digitale perché si era appena comprato il computer. Era  già ricco quando è nato perchè il padre aveva fatto affari in Kuwait. Poi , da quando è scoppiata la guerra in Iraq, è diventato ricco di suo. Scoperto da Lilli Gruber come driver ce lo siamo passati l’un l’altro. Mahdi è giovane, forte, coraggioso, intelligente e simpatico. Fedelissimo, lavoratore instancabile, mi ha salvato la vita, come ho raccontato, quando è stato bravissimo a scappare a duecento all’ora nonostante le pallottole che avevano distrutto l’auto. L’altro giorno mi ha fatto una grande sorpresa. E’ piombato a Roma. Aveva questo sogno: conoscere l’Italia dopo averla conosciuta indirettamente grazie ai suoi amici giornalisti italiani. Lo abbiamo portato a Saxa Rubra e la notte in giro per la parte più dolce di Roma. Era frastornato, ubriaco di una vita che non pensava potesse essere così piacevole. “Voi siete fortunati – mi ha detto, commosso, lui un pezzo d’uomo -. Voi vivete in paradiso. Io da quando sono nato conosco solo guerre, morti e distruzione, paura”. Neanche mi sono azzardato a spiegargli che questo non è un paradiso. Perchè il suo mondo è davvero un inferno.

Adesso dovrei parlarvi di Louai, il producer, un altro caro e prezioso amico, e anche di Adnan, ucciso davanti alla moglie e alla figlioletta per il torto di lavorare per noi. Ma anche di Giuseppe Coletta, una delle vittime di Nassiryia, il brigadiere dei bambini, che faceva vedere a tutti con orgoglio una foto che avevamo fatto insieme. Ma anche di quella bambina a Sadr city che puliva il marciapiede davanti casa, convinta di cancellare oltre alle macerie anche il dolore. E poi il palazzo dell’Onu sventrato, quei poveri leoncini di Uday, il figlio di Saddam, morti di fame per il troppo odio oppure una storia d’amore: il matrimonio fra due medici, lei Ehdaa irakena, lui Sean della Florida. Il rapimento dei contractors, l’uccisione di Quattrocchi, il racconto della Sgrena, i polli fritti mangiati con le due Simone. E poi di quel bambino che in un ponte sopra il Tigri vendeva cocacola bollente e di un altro che sull’altro grande fiume della Mesopotamia, l’Eufrate, che giocava a fare pop corn, senza sapere probabilmente che sono entrambi simboli americani. Come dimenticare poi la casa di Abramo, la Ziguratt verso il cielo e il viaggio a Samarra con Lucia Annunziata e la visita alla torre di Babele, a cui ho intitolato il blog, che lì chiamano “malwiya”, la spirale, splendida metafora architettonica dove è faticosissimo, sul serio, arrampicarsi in vetta superando passaggi tortuosi come per arrivare a una lingua comune, cioè a capirsi.

Con Baldoni a Najaf. Soprattutto non posso non parlare di Enzo Baldoni. Qualcosa in comune sicuramente c’era. Altrimenti non ci saremmo ritrovati insieme davanti al buco di quella granata, nel giardino del “Palestine”, quella notte. Ma non ci siamo piaciuti subito. Intanto perchè quella che ci aveva tanto spaventato io la chiamavo bomba e lui rosa scarlatta. Baldoni non era normale. Cercai di capire chi era, perchè stava lì: “Sono un viaggiatore pigro e un ficcanaso, oppure un fesso che scrive, fai te”. Pigro? Faceva foto, sempre, dappertutto. Aveva una certa genialità nel rivoltare la frittata: “E’ la quinta volta che vieni in Iraq, ma chi te lo fa fare?”. Inutile spiegargli che è il mio mestiere. Scoprimmo almeno di avere una cosa in comune, anzi due: la voglia di capire e i blog. Io cominciai a leggere il suo e scoprii che aveva grandi intuiti da cronista. Lui scoprì, leggendo il mio, che “anche i giornalisti hanno un’anima”. Il giorno che lasciò l’albergo per trasferirsi nella casa di Ghareeb (non l’avesse mai fatto) mi lanciò un messaggio di amicizia. Ci parlammo molto in quei giorni senza vederci. Per telefono (malissimo) e per e-mail. Discussioni feroci. Mi accusava di aver rinunciato al primo viaggio a Najaf per paura. Le nostre differenze vennero fuori tutte: non quelle personali, ma quelle più concrete legate a ciò che facevamo. Discutemmo di libertà e di gabbiani. Discussioni feroci. Facemmo pace quando al ritorno lo andai ad intervistare in ospedale. Inguaribile: inventammo i “blog paralleli”, due modi diversi di vedere l’Iraq. Litigammo ancora, più seriamente per il secondo viaggio. Alle due di notte, per un’ora, e dovevamo svegliarci alle cinque. Quelli che a lui piacevano, non piacevano a me. Lui si fidava ciecamente di tutti, invece io lo invitavo alla prudenza. Discutere serve. Quando la mattina c’incontrammo ci fu un abbraccio. In silenzio. Cioè senza parole: le avevamo spese tutte in una notte di Baghdad, forse non casualmente, così piena di botti. Quando, qualche chilometro dopo, il botto lo sentimmo sotto di noi non ebbe più il coraggio di chiamarla rosa scarlatta. Io ebbi, lo ammetto, qualche dubbio nel proseguire. Quel viaggio non mi piaceva. Ma andammo avanti. Insieme. Quando poi arrivammo tra cecchini e carri armati in quella stradina di Najaf , mentre faticavo a parlare al microfono per i botti che rimbombavano, Enzo mi scattò un sacco di foto e sorrise: “Ma lo sai che fai proprio un mestiere di merda?”. Era la consacrazione di un’amicizia. L’ho rivisto molti anni dopo dentro una piccola bara di legno, a Preci il suo tranquillo paesino umbro. Con gli appuntamenti è sempre stato un disastro. Peccato, perché anche lui mi aveva scattato un sacco di foto, ma non sono mai riuscito a vederle, né mai le vedrò.

Al Muthanabi è la via più antica di Baghdad, comunque la più ricca di storia. E’ la zona degli intellettuali, lo è sempre stata. All’angolo c’è il Caffè degli Artisti. Un giorno ho preso un “ciai”, un thè, con un poeta,  Amer Abed. Gli ho chiesto sul futuro dell’Iraq. Mi ha risposto: “Il futuro dell’Iraq non esiste, perchè il futuro è questo. E non mi piace. Io aspetto quello che c’è dopo il futuro”.

La luna di Baghdad è diversa da tutte le altre perchè non è una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’è un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perchè rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre lì, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le notti. Nei momenti più brutti ho sempre chiuso le tendine. Un gesto istintivo, non so se per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori.

con mahdibase-nasiriyah

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This entry was posted on 17 June 2016 by in iraq, tribù.

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2016: morti 105 reporter.
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