La Torre di Babele

Il blog di Pino Scaccia

Kabul, sono spariti gli aquiloni

DSC01055

Due giorni fa, in un attacco dei talebani, è stato ucciso David Gilkey, cinquantenne reporter americano, con il suo interprete, Zabibullah Tamanna. Sono così salite a dieci le vittime in Afghanistan fra i giornalisti, a quindici anni dall’inizio della guerra. Un tributo altissimo degli operatori dell’informazione: più di cinquanta assassinati (per non parlare dei rapiti), un eccidio culminato all’inizio di quest’anno con l’assalto a Kabul a una troupe di Tolo Tv, sette morti, fra cui quattro donne. Una strage infinita. Secondo Neta Crawford, della Brown University di Providence, le vittime complessive del conflitto sono state finora almeno 150 mila, 170 mila i feriti. Non meno di cinquemila i morti tra i militari della coalizione, fra cui 53 soldati del nostro esercito, a cui sono da aggiungere altre due vittime italiane fra i civili. Un autentico bagno di sangue e una situazione che va addirittura peggiorando con il passare del tempo. Oltretutto dal primo gennaio del 2015 l’operazione Nato Isaf si è chiusa sostituita dalla “Resolute Support Mission”, un’operazione di sostegno al governo afghano ora presieduto da Ashraf Ghani.

L’attacco all’Afghanistan, scaturito dall’attacco alle Due Torri, è cominciato il 7 ottobre del 2001. Il 12 novembre è stata liberata Kabul. Alla fine di dicembre ero già nella capitale. Arrivo che ancora è giorno, per fortuna. Conosco quella che sarà la mia casa per un po’ di tempo, in Silk street, la via della seta. E’ in periferia, nel quartiere cosiddetto residenziale di Wazir Akbar Khan: qui ci abitavano i comandanti russi quando Mosca aveva conquistato la capitale e, più di recente, i capi dei talebani. L’idea del lusso, come dire, c’è: piccola piscina in giardino, grande salone con annesso bar, ma non vi dico le condizioni. Oltretutto la luce va e viene, l’acqua pure, mangiare è un rischio serio. Scrivo le prime note al buio senza, in effetti, aver ancora conosciuto la città. La scopro la mattina dopo: ferita, variopinta, incredibile ammasso di umanità. Su ogni palazzo ci sono i segni pesanti di tutte le guerre che l’hanno violentata, da secoli. Il vecchio bazar dei quattro portici è ormai un’enorme baracca, il mausoleo di Timur Shah sventrato, la fortezza di Bala Hissar un cumulo di macerie. Avevo letto da qualche parte: Kabul è la città che non c’è. Invece è bellissima, così diversa, me ne innamoro, d’istinto.

3-capodanno-sgarbi

Ricordo bene anche, appena qualche giorno dopo, il Capodanno. L’ultima notte dell’anno per Kabul è, in effetti, una notte qualsiasi. Una notte di fantasmi, con il coprifuoco, poche luci, pochissime persone in giro. Di giorno la capitale dell’Afghanistan è ormai tornata un luogo vivo, pieno di colori e di fermenti, ma quando cala la luce riaffiorano pesanti rischi e paure. Del resto a Kabul non è Capodanno. Per il mondo mussulmano, che è fermo al 1380, il passaggio avviene a marzo e coincide con l’egira, la fuga di Maometto. Festeggiano dunque soltanto gli occidentali, nelle piccole e poche isole chiuse e protette delle proprie case e dei luoghi di lavoro. Noi italiani, sfidando il divieto di girare, andiamo tutti in ambasciata, che ha appena riaperto i battenti. Una cerimonia particolare, un po’ casereccia, con l’inno nazionale cantato dai carabinieri del Tuscania. Una festa strana, eterogenea, con Sgarbi e Alain Elkann. Parlando di aquiloni.

Il giorno dopo ho un incontro straordinario. Lui abita in un palazzone grigio e affollatissimo, come tanti, in periferia. Ma non è una persona qualsiasi. E’ il più anziano mullah afghano. Si chiama Haji Lala Marza Khan e sostiene di avere 112 anni. Gli altri pregano cinque volte al giorno, lui il doppio. Prega dieci volte “perchè (spiega) devo pensare non solo a me ma a tutti gli altri”.

scaccia6

– Perchè bisogna pregare? “Perchè è importante parlare con Dio. Avremo una vita migliore quando ci presenteremo davanti a lui. La religione è importante. Noi nasciamo quando nasce Adamo. Non abbiamo scelta” – In nome di Dio si può morire? “Sì”– E in nome di Dio si può anche uccidere?“Dio il primo giorno ha scritto le leggi. E ha scritto che chi sbaglia deve pagare, anche con la vita. Non decidiamo noi cosa fare, lo ha già deciso Dio”– Quante guerre ha visto in Afghanistan? “Tante, sei guerre” – E quando ci sarà finalmente la pace? “C’è già la pace. Gli uomini armati servono adesso a difendere la pace, non a fare la guerra. Spero di morire in pace” – Sa cosa è successo a New York l’11 settembre? “Sì, una cosa terribile. Evidentemente Dio era molto arrabbiato con l’America. Non so se è giusto, ma quello che è successo era scritto, nessuno può cambiare il destino del mondo. E le persone che lo hanno fatto si sono già presentate davanti a Dio e sono state giudicate”– Chi è oggi il capo spirituale in Afghanistan?“Ci sono tanti mullah, troppi. Ognuno dice una cosa diversa alla gente, ma la parola di Dio è unica. Il mullah Omar per esempio non è una buona persona nè un buon mussulmano. I talebani sono una sciagura, non dicono la verità. L’Islam non è quello, perchè l’Islam non farebbe mai del male alla propria gente”– Ci sono molte religioni nel mondo. In nome di Dio si può un giorno stare insieme, vicini? “Ci sono troppe religioni. Esiste una sola strada, quella di Maometto. Solo seguendo la sua parola si può stare in pace”.Tornando qualche tempo dopo in Afghanistan, ho saputo che il vecchio mullah è morto.

Poi mi sono occupato del burka, quell’obbrobrio di una lunga tanica azzurra (a Kabul) che trasforma una donna in un essere che cammina. Non so se il burka sia una divisa, ma certamente rappresenta da solo tutto il grande mistero afghano. Una volta l’ho voluto provare. Sono andato nella solita Chicken street, la via dei (pochi) turisti e di negozi che vendevano burka ne ho trovati molti. Il paradosso era che insieme a noi cretini di occidentali che lo cercavamo come souvenir c’erano le donne tagike che lo acquistavano per rinnovare il guardaroba. Ho scoperto anche che sembrano tutti uguali, ma non lo sono. I tessuti sono diversi, così come i prezzi. Insomma, ci sono burka per afghane ricche e per afghane povere. Io ne ho comprato uno di qualità media, a trenta dollari, che lì sono una cifra. Prima di portarlo a casa, come ricordo di un mondo lontanissimo, l’ho voluto provare.  Alla sera, chiuso nella mia stanzetta fredda della guest house l’ho infilato. La sensazione è stata sconvolgente. Non per quello che gli altri potevano vedere, ma per quello che vedevo io. Quella retina davanti agli occhi la sentivo come una prigione. Il mondo visto attraverso una retina: l’alba, il tramonto, i colori, tutto filtrato da quella retina. Mi sono chiesto: ma che mondo è? Può essere accettabile per una donna un mondo senza dignità, pieno di sogni repressi, senza luce né speranza, prigioniera di una cultura che le assegna un destino così triste? Ne ho parlato, con Fausia: cinque figli,  uno piccolissimo. L’ho incontrata a casa dove non è obbligatorio il burka ma lei ce l’aveva perché doveva parlare con un uomo. E’ già una che sta avanti, sulla strada per la riscossa. Le ho chiesto di toglierselo: l’ha fatto.

Il-parlamento-afghano-ha-bloccato-la-legge-contro-la-violenza-sulle-donne

– Si sente diversa adesso? “Sì, molto diversa. Quando mostro il mio viso sono felice”– Che cosa desidera di più nella vita? “Voglio poter vivere, mangiare, bere, non morire di freddo, mandare i figli a scuola”– Cosa invidia alle donne occidentali? “Niente, non invidio niente. E neanche chiedo aiuto. Siamo noi donne afghane a dover lottare per l’Afghanistan, dobbiamo cambiare, da sole”.–          Un sogno, Fausia. “Io ho tre sogni. La pace innanzitutto. E poi cibo, e libertà”. Quando sono andato via ha trovato il coraggio di stringermi la mano. Ma attraverso quella tela azzurra cucita da lei stessa. Il futuro è ancora lontano. Ho ancora quel burka. Ma non l’ho più messo: ho voglia di vedere il mondo pulito, senza filtri.

Quarant’anni, madre di sei figli, anche Malalai Kakar due anni fa aveva deciso di togliersi il burka. Aveva fatto di più: aveva ripreso il lavoro di poliziotta che svolgeva prima del regime talebano. Con il grado di capitano dirigeva a Kandahar il dipartimento dei reati sessuali. Un affronto per i tagliagole, proprio nella loro tana,  così l’hanno uccisa con un colpo in testa sulla porta di casa davanti a un figlio, anche lui moribondo. Sappiamo tutti che il riscatto di un Paese passa sempre attraverso le rivoluzioni femminili e fu un grande segno l’arruolamento qualche anno fa delle donne nella polizia. Ricordo le prime, a Kabul nel 2004. Per celebrare l’8 marzo andai all’accademia di polizia e trovai trenta reclute coraggiose. Chiesi alla più giovane, Awra, perchè. “Per aiutare la mia gente” mi rispose semplicemente. Sembrava l’inizio di una svolta. I primi a capirlo furono proprio i talebani che da tempo si sono accaniti su chi si arruola. Soltanto negli ultimi sei mesi sono stati uccisi 720 poliziotti. Prima di Malalai è stata fatta fuori un’altra poliziotta a Herat. Altre sono state minacciate pesantemente a Bamjian. La strada è ancora difficile, soprattutto lunga. Una media di 2300 donne si suicida ogni anno in Afghanistan per ragioni legate alla violenza quotidiana e familiare. Quasi tutte si danno fuoco, disperate.

img_63861

A questo punto dovrei parlarvi di Shafique, il mio driver. Era un ragazzo quando l’ho conosciuto, adesso è un padre di famiglia, ha due figli (Florence e Sael) che mi chiamano zio e ai quali ha insegnato ad amare l’Italia. L’anno scorso gli chiesi: “Ma tu sotto i talebani, dov’eri?”. E lui appena un soffio: “In montagna, con i muhjaeddin”. Adesso ha trent’anni, è nato in guerra e si sente in guerra. L’ho visto strano una mattina. Cosa c’è? “Lì hanno impiccato mio fratello”. Lì, nella “casetta” dei vigili, in mezzo alla piazza.  Come tutti gli afghani, ama i fiori. Mi ha chiesto di fargli una foto in Flower street, in mezzo a tutti quei fiori rigorosamente finti. Per loro sono bellissimi, anche perché non conoscono i fiori veri. E neppure i colori. Appena sale in macchina mette sempre la musica a tutto volume. Spiega: “Con i talebani non si poteva sentire la musica, nessuna musica. La televisione era chiusa e c’era solo una radio che funzionava per fare propaganda. Una sera sentivo musica indiana a casa. Sono arrivati i poliziotti. Per fortuna ho nascosto in tempo la cassetta“. I talebani odiavano anche i giochi e i colori. Odiavano la vita.

shatia3

E potrei non parlavi dei miei due figli “adottivi”? Quando ho visto Shatia sono rimasto folgorato. Vestita di stracci, zoppicante. Le braccine martoriate dalle piaghe. Poi si è girata. Il sorriso. Gli occhi, due saette: ci si può innamorare di due occhi? E soprattutto: due occhi possono rappresentare un intero Paese? Se non fosse per altri motivi, io amerei l’Afghanistan solo per gli occhi verdissimi, profondi, incantati di Shatia. Le ho dato un discreto bakshish  (elemosina) ma sento di non averle dato niente per quello che si merita. E’ così bella che sicuramente è in forte credito con la vita.

img_6679

Lui, Jovid – il piccolo Giove – ha sempre una scatola di gomme americane, forse sempre le stesse: sono il suo patrimonio e una maniera di dare dignità al suo “mestiere” di piccolo mendicante. L’ho conosciuto davanti all’unico centro commerciale della capitale e mi ha subito conquistato, scugnizzo dalla faccia triste. L’ultima volta che sono tornato a Kabul non l’ho trovato. Mi sono preoccupato perchè da quelle parti  bambini spariscono ogni giorno. Ho pregato allora Shafique di ritrovarmelo e me lo ha portato in albergo. E’ stato emozionante. Lui sa che io sono il suo “padre italiano”, ha imparato solo due parole ma fondamentali: ciao e grazie. L’ho ricoperto di abbracci e di cioccolatini, gli ho regalato un paio di scarpe (il suo sogno)  e naturalmente anche a lui ho dato un sostanzioso bakshish da portare a casa, per far vedere che è bravo. Jovid ha sette anni, altrettanti fratelli e il padre non lavora: e alla famiglia devono pensarci tutti, anche quelli che avrebbero un’età solo per giocare. Fra tre mesi andrà a scuola. Quando Shafique gli ha tradotto “scuola” ha fatto un sorriso larghissimo, è la sua speranza.

talebani

I talebani stanno sicuramente alle porte, a neppure venti chilometri in un posto sulle montagne che si chiama Maidan Shar, ma forse già stanno dentro Kabul. Pronti alla guerra. La città è tappezzata con i manifesti di tutti i leader della guerriglia, la polizia offre taglie ma nessuno li trova anche se circolano liberamente. Ho  incontrato due fra i capi più importanti, in un luogo  naturalmente segreto. Sono sospettosi ma alla fine accettano di parlare. Sono il mullah Arsallah e il mullah Shahir. Vengono da Urzghan, un villaggio vicino Kandahar. Arsallah ha responsabilità militari e attacca, minacciando: “Questo è un momento brutto per l’Afghanistan ma non è niente rispetto a quello che sta per accadere. Torneremo a Kabul e molto presto. Siamo armatissimi e decisi a riprendere il potere. La pace? Dopo tornerà la pace, con noi. Quando il Paese tornerà a essere islamico”. Shahir è più politico e spiega: “Noi vogliamo la pace e il bene dell’Afghanistan, non siamo noi a volere la guerra. Il presidente dice che vuole discutere, ma da molto tempo gli abbiamo presentato un documento con la lista delle nostre richieste, che sono trenta, ma non ci ha risposto. Noi rappresentiamo una grande fetta di afghani e vogliamo contare, avere responsabilità, far parte del governo, non essere trattati come criminali. Ma una cosa sia chiara. E’ una questione tra afghani. Gli stranieri non c’entrano. Per mettersi a tavolino e parlare dobbiamo restare soli. Le truppe occidentali devono andare via. Stanno soltanto massacrando l’Afghanistan”. La guerra, dopo quindici anni, sembra appena cominciata.

Complessivamente sono stato un anno in Afghanistan. L’ho girato quasi tutto, da Mazar-i-Sharif a Khost, al confine con il Pakistan, da Bagram, la base americana, a Bamjian dove c’è quel che resta dei Buddha distrutti, sono stato al fronte, a Farah, a ridosso di Kandahar, e a Farah, città sulla via della seta dove si fermò anche Alessandro Magno. Ho sofferto, ho rischiato la vita e ho lasciato un pezzo di me. E mi fa male pensare che il tempo degli aquiloni è di nuovo cancellato. In fondo bastava poco: invece di buttare bombe, serviva regalare un pizzico di benessere a un popolo letteralmente affamato. Alcuni giovani che ho nel cuore, sono andati via, come Parwiz che ora fa il medico a Dubai o Nasim, un coraggioso blogger, che ora vive negli Stati Uniti. Altri sono rimasti, come Shafique che ancora oggi, ogni giorno, mi chiede su Facebook “quando torni?”, sognando di fuggire, rifiutando il destino.

Un giorno il libraio più famoso di Kabul ha detto a una giornalista norvegese, Åsne Seierstad, a proposito dei talebani: “Possono bruciare i miei libri, possono rendermi la vita difficile, possono anche uccidermi, ma non riusciranno mai a cancellare la storia dell’Afghanistan”.

One comment on “Kabul, sono spariti gli aquiloni

  1. Walter
    9 June 2016

    Nel Corano non si vede scritto in nessuna Sura che Adamo aveva un AK 47 e Eva il Burka. Magari il Signor Haji Lala Marza Khan o chi per lui (visto che ha raggiunto le 77 vergini) potrebbe spiegare questa ennesima incongruenza. Niente musica? Ma allora neanche fumare.
    Maometto non fumava, non aveva telefonini satellitari per comunicare di far esplodere bombe e manco un RPG. Qualcuno di questi pseudo Imam e Mullah non la raccontano giusta, ma sfruttano il Libro della Rivelazione, solo per dar sfogo alle loro frustrazioni e voglie malsane.
    L’ Islam è diverso, è ben altro. Lontano anni luce da come viene dipinto da questi sarchiaponi, così come qualunque religione degna di essere chiamata tale.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Information

This entry was posted on 9 June 2016 by in afghanistan, tribù.

Professione Reporter

2016: morti 105 reporter.
[341 in prigione]

Un fiocco giallo per padre Paolo Dall'Oglio e Sergio Zanotti, rapiti in Siria.

Aspettando i 984 anni che mancano al 3000


Categories

Archives

contatti
pinoscaccia@gmail.com

Blog Stats

  • 691,704 hits

ShinyStat

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Join 14,421 other followers

L’ultimo libro

%d bloggers like this: