La Torre di Babele

Il blog di Pino Scaccia

Brasile, la grande svolta di Timer

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Dunque, Michel Temer è il nuovo presidente del Brasile dopo l’impechmeant di Dilma Roussef. Avvocato, 75 anni, figlio di immigrati libanesi, amante della poesia e dei lunghi silenzi, dal partito democratico ha fatto subito il salto mortale, annunciando la privatizzazione del Paese sudamericano che è quasi un continente. Indagato per corruzione e riciclaggio ha portato nel nuovo governo sette ministri ugualmente coinvolti nel Lava-Jato, il mani pulite alla carioca. Nessuna donna nè neri nel gabinetto, ma tutti uomini, bianchi, oligarchi, eterosessuali.Non succedeva dal 1985. Secondo Wikileaks, è stato un informatore della Cia. E dunque il sospetto che sia un pupazzetto degli americani non è poi così temerario. “Un golpe”, l’ha definito la vecchia pasionaria.

Strano posto il Brasile, quasi un continente. Più di duecento milioni di abitanti, occupa la metà di tutto il Sudamerica. Bello da mozzare il fiato è sconvolto dalle contraddizioni, da luogo del desiderio a povertà abissale, da spiagge incantevoli a baraccopoli disperate, da intellettuali altezzosi a poveracci sorridenti. Famoso soprattutto per una burocrazia così contorta da sfiorare la paranoia. Sono stato quattro volte a Brazilia, la città-ufficio inventata da un architetto stravagante appena mezzo secolo fa per seguire il caso Battisti che da solo ha sintetizzato tutte le contraddizioni di cui sopra. Ore e ore, anche di notte, a discutere sul niente, cavilli per dare all’ex terrorista italiano, condannato per quattro omicidi, la patente di perseguitato. Dove la politica, alla fine, ha battuto la giustizia evitando l’estradizione.

Quello stesso Lula, però, che aveva sbeffeggiato l’ordinamento giudiziario è stato pesantemente punito. Da quelle parti lo chiamano Lava-Jato, “operazione autolavaggio”, qualcosa insomma come mani pulite. Al centro il ciclone Petrobras, lo scandalo corruzione che ha travolto l’azienda petrolifera nazionale terremotando il già fragile governo. Due anni fa l’inchiesta scoperchiò infatti il sistema di finanziamento occulto del quale avrebbero beneficiato deputati, senatori e partiti. Secondo l’accusa, i dirigenti della compagnia avrebbero gonfiato i contratti per costruire infrastrutture petrolifere e guadagnare almeno due miliardi di dollari: denaro servito in parte per finanziare la campagna elettorale del Partito dei lavoratori. Così Luìz Inácio Lula è stato arrestato insieme al figlio Fábio Luìz, complicando anche  le cose per DilmaRousseff, erede dell’ex presidente, che avrebbe esercitato pressioni per proteggere gli imprenditori coinvolti nello scandalo. Di sicuro l’opinione pubblica brasiliana è convinta che la Rousseff fosse al corrente del sistema di tangenti e corruzione perché ministro dell’Energia nel primo governo Lula (dal 2003 al 2005). Così si è arrivati all’impeachment di Dilma, che fino all’ultimo ha tentato di salvare Lula  proponendolo come ministro per regalargli il salvacondotto, trasformando il procedimento giudiziario in uno scontro politico. Nel frattempo infatti la Corte dei Conti ha bocciato il bilancio dello Stato sostenendo che il governo Rousseff avrebbe continuato a violare la legge di responsabilità fiscale, commettendo una serie di atti illegali per coprire il crescente deficit dei conti, fino ad alterare il bilancio dello Stato.

Dunque, una svolta che potrebbe passare alla storia come la più rapida virata politica di un Paese democratico. Il tempo tecnico del passaggio dal Senato all’ufficio del vicepresidente della Repubblica della comunicazione di messa in stato di accusa della presidente Dilma Rousseff, e il Brasile è passato dall’avere una forte identità di sinistra a una di destra conservatrice. Senza passare per le elezioni. In pochissimi minuti il vicepresidente Michel Temer ha ricevuto l’incarico, presentato la lista del nuovi ministri e annunciato le linee guida in campo economico e sociale della sua reggenza. Emergenza assoluta, governo di salvezza nazionale, peggior crisi della storia. Appena poche ore dopo l’uscita fisica della Rousseff dal palazzo del Planalto, Michel Temer nuovo presidente ad interim legge la lista dei ministri. La parola d’ordine è il cambiamento radicale per salvare il Brasile dal crac. La sinistra lascia il potere dopo tredici anni, gridando al golpe. Non c’è una donna nel governo, per la prima volta in 40 anni, non c’è una persona di colore. Tutti uomini, bianchi, oligarchi, eterosessuali. Per ritrovare una simile composizione nella storia recente del Brasile, bisogna tornare agli anni Settanta, al governo di Ernesto Geisel, presidente in piena dittatura militare. Lo slogan di Temer è il caro e vecchio «ordem e progresso», cioè quello scritto della bandiera, motto positivista di fine Ottocento. Come a dire che finora ha retto il disordine: l’occupazione del potere, la distribuzione di poltrone, i soldi ai movimenti sociali ai margini della legalità. Temer assicura che non farà nulla per fermare le indagini dei giudici sulla corruzione, anche se il nuovo governo ha più indagati di quello uscente. Avvocato, 75 anni, figlio di immigrati libanesi, amante della poesia e dei lunghi silenzi, dal partito democratico ha fatto subito il salto mortale, annunciando la privatizzazione del Paese. Ed ecco il grande paradosso. Indagato per corruzione e riciclaggio Temer ha portato nel nuovo governo sette ministri ugualmente coinvolti nel Lava-Jato. C’è di più: secondo Wikileaks, è stato un informatore della Cia. E dunque il sospetto che sia un pupazzetto degli americani non è poi così temerario.

Per essere alla guida di un governo provvisorio, Temer ha snocciolato una serie di misure assai ambiziose. Vuole tagliare la spesa pubblica (ma non i programmi sociali per i poveri), cinquemila nomine nel governo federale, varare una riforma delle pensioni e una fiscale. Fermare il deficit pubblico, che ha toccato il 10 per cento. Ma in concreto non ha offerto nulla, tanto da far crollare la Borsa di San Paolo al primo giorno della svolta pro-mercato. Si attendono inoltre novità nella politica estera e commerciale del Brasile, segnata nell’ultimo decennio da un certo isolamento. Il nuovo cancelliere, José Serra, già governatore di San Paolo e candidato presidenziale, ha accettato la carica a condizione di poter lavorare sugli accordi commerciali e aprire il Brasile a patti bilaterali, mai accettati da Lula e Dilma. Verrà naturalmente meno l’appoggio incondizionato al Venezuela socialista, mentre con l’Argentina del liberale Macri si dovrebbe ricreare un asse preferenziale.

E’ stato proprio Temer a parlare di un governo di “salvezza nazionale” varato con l’obiettivo di tirare via il Paese dalle secche dalla crisi, riequilibrando i conti e incentivando la crescita. Il tutto con una ricetta fortemente liberista: incentivi per l’industria e apertura di un’ampia partecipazione pubblico-privata. “Lo Stato si curerà delle sole questioni di salute e istruzione – ha detto – il resto passerà in mano ai privati”. In questo contesto saranno varate le annunciate riforme del lavoro e delle pensioni. Questioni sulle quali sindacati e partiti di sinistra hanno già avanzato molti dubbi. Temer ha tuttavia anche garantito che manterrà i programmi sociali del governo Pt, bandiera del modello di sviluppo brasiliano. Ha ufficialmente difeso il “Bolsa Familha”, una sorta di reddito minimo per le famiglie numerose, e ha confermato i piani in favore delle fasce deboli della popolazione “Pronatec” (corsi di formazione), “Fies” (prestiti per lo studio) e “ProUni” (borse di studio universitarie), ma il neo ministro all’istruzione a cultura Mendoça Filho si è immediatamente dichiarato contro le quote riservate a neri e indios nelle università. Temer ha garantito poi che si darà sostegno all’inchiesta anti-corruzione Lava-Jato ma si tratta forse solo di chiacchiere perché nei fatti, come già detto, Temer, così come i presidenti delle due camere, sette dei suoi ministri e 150 parlamentari, è indagato per corruzione e riciclaggio. Ma ci sono anche altri segnali di discontinuità a preoccupare. Il ministero per le Donne, Pari opportunità e Diritti umani è stato soppresso, le competenze passeranno al ministero della “Giustizia e cittadinanza”. Uno dei più contestati: alla guida è finito infatti il segretario della sicurezza pubblica dello Stato di San Paolo, Alexandre de Moraes, criticato da tutte le associazioni in difesa dei diritti umani negli ultimi mesi per aver represso nel sangue manifestazioni a San Paolo e autorizzato l’uso della violenza della polizia contro gli studenti impegnati nelle in proteste e occupazioni. Appena accettato l’incarico Moraes ha annunciato il pugno di ferro contro ogni tipo di contestazione, definendo “atti di guerriglia” le proteste inscenate contro l’impeachment di Dilma. Altro caso particolare quello relativo al neo ministro Blairo Maggi, sul quale il New York Times ha sollevato più di qualche dubbio. Esponente del Partito Progressista, di estrema destra, è conosciuto come il “re della soia”. Già finito sotto inchiesta per sospetti di lavaggio di denaro sporco, la principale accusa ‘civile’ a suo carico è quella di essere uno dei maggiori responsabili della deforestazione dell’Amazzonia. Ebbene, è stato nominato ministro dell’agricoltura. Caso particolare anche quello di Marcos Pereira, recuperato alla guida di Industria e commercio, perché ritenuto inadatto al ministero della Scienza e tecnologia dove era stato inizialmente destinato. Ex vescovo della chiesa evangelica “Universal”, era finito nel mirino per alcune posizioni religiose fondamentaliste non esattamente aderenti ai concetti scientifici internazionalmente riconosciuti. Nella squadra spicca anche un’uniforme militare: quella del generale Sergio Etchegoyen, ex capo di stato maggiore dell’esercito, nominato a capo del gabinetto di Sicurezza istituzionale. Solo un ministro in ultimo, è rimasto al suo posto: quello allo sport, Leonardo Picciani, vista l’ormai prossimo appuntamento olimpico a Rio de Janeiro.

Ma nel Brasile dei paradossi, dove niente è certo, dopo la Rousseff anche il presidente ad interim rischia il processo di impeachment. E’ stata infatti dichiarata ammissibile la richiesta presentata dall’avvocato Mariel Marley Marra. Questione tecnico-giudiziaria complicatissima, come al solito. Se la Corte valuterà che sussistono gli estremi per l’apertura di un procedimento, il caso sarà inviato alla speciale commissione della Camera, come già avvenuto per Dilma. A risolvere la controversia sarà la Corte suprema, proprio mentre Temer sta mettendo in piedi il governo per tentare di rilanciare l’economia del gigante sudamericano sprofondato in recessione. La Roussef  ha deciso di passare qualche giorno a Porto Alegre, la città dove è cresciuta, prima di tornare sulla barricata dell’Alvorada, la residenza ufficiale alla quale ha ancora diritto. Lula, assai abbattuto, sta pensando di mettere in piedi un governo ombra, riunificare la sinistra e tornare a percorrere il Brasile, come fece durante la lunga marcia che lo portò al potere. Insomma, altro giro altra corsa: forse ricomincia tutto da capo.  Altro che samba.

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This entry was posted on 14 May 2016 by in brasile.

Professione Reporter

2016: morti 105 reporter.
[341 in prigione]

Un fiocco giallo per padre Paolo Dall'Oglio e Sergio Zanotti, rapiti in Siria.

Aspettando i 984 anni che mancano al 3000


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