La Torre di Babele

Il blog di Pino Scaccia

La grande farsa dei marò: innocenti?

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Pensate che il caso dei marò sia risolto? Per niente. Il tribunale dell’Aja ha stabilito che Girone e Latorre possono aspettare in Italia il risultato del contenzioso (cioè a chi spetta di giudicare), un’autentica débâcle per una giustizia indiana che nell’ arco di quattro anni non ha neanche stabilito i capi di imputazione. Ma, invece di accettare il verdetto, il governo indiano ha subito precisato che “Salvatore Girone non è stato rilasciato e che le condizioni della sua libertà provvisoria saranno fissate dalla Corte Suprema”. Un modo di agire che vìola non solo il diritto internazionale, ma anche le corrette relazioni tra due Paesi amici ed alleati, con vincoli di collaborazione e di commercio intensissimi e di lunga data. Ma non solo. La Corte Suprema sarà in ferie dal 15 maggio al 28 giugno, dunque o si risolve tutto in dieci giorni oppure se ne riparlerà fra un paio di mesi. Una vicenda infinita e sempre più assurda. Proviamo a ricostruire il caso e a dimostrare che probabilmente è stata tutta una montatura, fin dall’inizio. Girone e La Torre (e di conseguenza l’Italia) sono stati incastrati, manipolando, manomettendo o addirittura cancellando le prove.

15 febbraio 2012 – Al largo delle coste indiane del Kerala, la petroliera battente bandiera italiana “Enrica Lexie” naviga in rotta di trasferimento da Galle (Sri Lanka) verso Gibuti, con un equipaggio di 34 persone e con a bordo sei fucilieri di Marina: il capo Massimiliano Latorre, il secondo capo Salvatore Girone, il sergente Renato Voglino, il sottocapo di prima classe Massimo Andronico e i sottocapi di 3ª classe Antonio Fontana e Alessandro Conte del Reggimento “San Marco” in missione di protezione in acque a rischio di pirateria. Poco distante dalla nave italiana si trova il peschereccio indiano “St. Antony” con un equipaggio di 11 persone.  Verso le 16.30, ora locale, l’Enrica Lexie incrocia un’imbarcazione. Non ricevendo risposta a segnalazioni luminose e acustiche, il team dei fucilieri spara dei colpi in acqua, mentre l’equipaggio viene fatto riparare nei locali blindati. Il comandante Vitelli lancia l’allarme SSAS Alert, che avvisa in tempo reale, tra gli altri, anche la Guardia Costiera indiana. Poco dopo il St. Antony riporta alla guardia costiera del distretto di Kollam di essere stato fatto oggetto di colpi di arma da fuoco da parte di una nave mercantile. Alle 23.20 il peschereccio St Anthony rientra nel porto di Neendankara. A bordo di sono due pescatori uccisi da colpi d’arma da fuoco: Ajeesh Pink (o Ajesh Binki), di 20 anni, e Valentine, alias Jelastine (o Gelastine), di 44 anni.  Il capitano e armatore Freddy Bosco dichiara alle televisioni che l’incidente di cui sono state vittime è avvenuto intorno alle 21.30. La Guardia Costiera indiana si mette per la prima volta in contatto (21.36) con la Enrica Lexie, ricevuta da pochi minuti la notizia dei due morti.

Alle 22.20 la nave greca Olympic Flair comunica all’IMO (Organizzazione Marittima Internazionale) di aver subito un attacco da due imbarcazioni pirata, che desistono davanti all’allerta dell’equipaggio. La Guardia Costiera indiana a questo punto ha sul tavolo tre fatti: un incidente avvenuto alle 16.30 – la Lexie – due pescatori uccisi alle 21.30, un altro incidente avvenuto prima delle 22.20. Ma ha anche a disposizione la Lexie che sta rientrando a Kochi, mentre la nave greca è ben lontana. E si getta sulla prima pista, nonostante una differenza di cinque ore tra i due primi incidenti, e la sovrapposizione degli ultimi due (attacco alle 21.30 secondo Bosco, allarme Olympic Flair 50 minuti dopo).  Se si sia trattato di errore in buona fede, di accanimento su un teorema investigativo, di presunti colpevoli offerti sul piatto d’argento, di speculazione politica alla vigilia di una campagna elettorale, non lo sappiamo.  Ma è probabile che entrambe contengano una ricostruzione simile a quella apparsa sulla rivista ufficiale della Guardia Costiera indiana. Che sposta nel tempo (alle 18.25) l’attenzione sulla Lexie (che in realtà comunica l’avvenuto alle 19.16). Che dichiara l’avvistamento della Lexie da parte di un aereo della Guardia Costiera alle 19.50, e l’intercettazione del mercantile italiano da parte di una motovedetta alle 20.45. In realtà tale mobilitazione avviene solo dopo le 21.36, dopo aver avuto notizia della morte dei due pescatori. Una manipolazione che getta una luce obliqua su altri punti dell’inchiesta, dalla perizie balistiche all’analisi dei tracciati radar. Un’ipotesi plausibile è che intorno alle 21.30, in condizioni di oscurità, il mercantile greco venga attaccato da un’imbarcazione pirata. Nei pressi, sfortunatamente, c’è il St Anthony. I greci scambiano le due imbarcazione come parti di un unico attacco pirata. La Guardia costiera identifica quattro navi nell’area in cui si è svolto l’incidente: l’Enrica Lexie, la Kamome Victoria, la Giovanni e la Ocean Breeze. Verso le 19  le quattro navi vengono contattate via radio. Una quinta nave, la Olympic Flair, che batte bandiera greca e che ha correttamente riportato alle autorità indiane di aver subito un attacco non viene contattata, anche se la nave assomiglia per sagoma e colorazione alla petroliera italiana (a fatica i greci hanno ammesso che a bordo c’era un team di una security ellenica, la Diaplous). I marò italiani dichiarano alla polizia indiana di non riconoscere il St. Antony come la barca contro cui hanno sparato.

Va detto che tutta l’area rientra in una delle zone ad alto rischio pirateria, individuata già nel 2011 dall’International Transport Workers Federation (ITF), nel tratto che va dalle coste somale verso est sino al meridiano 76 e alla costa occidentale dell’India, e verso sud fino al parallelo 16, e quindi in acque internazionali direttamente confinanti con le acque territoriali indiane.

Il 19 febbraio Latorre e Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. Il 20 aprile viene raggiunto un accordo extragiudiziale con gli eredi legali (Doramma, moglie di Valentine, coi suoi due figli minorenni, e le due sorelle di Ajeesh Pink) dei due pescatori uccisi in base al quale l’Italia s’impegna a pagare una compensazione di dieci milioni di rupie (142 000 euro) per ognuna delle due vittime. L’Italia accetta di pagare per motivi umanitari e caritatevoli, come segno di mutuo rispetto e gesto di buona volontà fra i due Stati sovrani, ma senza che ciò possa comportare un riconoscimento di responsabilità.L’Alta Corte del Kerala approva anche l’accordo economico extragiudiziale raggiunto fra l’Italia e Freidy, proprietario del St. Antony, per il pagamento di una compensazione di 1 700 000 rupie, circa 24 000 euro.  Ma dieci giorni dopo la Corte Suprema dell’India dichiara “illegali” gli accordi economici extragiudiziali considerandoli come un mezzo per cercare di aggirare il sistema giudiziario indiano.  I due marò vengono trasferiti a Nuova Delhi.

La perizia conferma: non sono stati i marò a uccidere. Dall’11 maggio del 2012 il governo italiano è in possesso di un rapporto dettagliato sull’incidente, redatto dall’ammiraglio Alessandro Piroli, allora capo del terzo reparto della Marina, l’ufficiale più alto in grado inviato in India. Secondo il dossier, l’avvistamento avviene alle 11,55 (ora indiana 16,25), a sole 2,8 miglia dal mercantile. L’equipaggio calcola che il battello sia in rotta di collisione con la petroliera. Quando il peschereccio è ad 800 metri dalla Lexie iniziano le prime segnalazioni luminose. L’imbarcazione non cambia rotta e procede dritta contro la Enrica Lexie. Raggiungendo i 500 metri di distanza. Latorre e Girone sparano le prime due raffiche di avvertimento in acqua. Il natante si avvicina ancora. Il sospetto che si tratti di pirati si fa ancora più concreto quando le due imbarcazioni si trovano a 300 metri l’una dall’altra. Girone identifica tramite binocolo la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla con una postura evidentemente tesa ad effettuare un abbordaggio della nave. Latorre esegue la terza raffica di avvertimento in acqua, costituita da quattro proiettili. Il peschereccio non accenna a cambiare rotta. Anzi continua ad avvicinarsi fino a raggiungere una distanza di 100 metri, puntando al centro della nave. A quel punto i due marò riferiranno all’ammiraglio Piroli di aver sparato l’ultima raffica, ancora una volta in mare (non sui pescatori-pirati), quando soltanto 50 metri separano la petroliera dal St. Antony. Ed ecco che finalmente il peschereccio sfila verso il mare aperto. Piroli riporta per conferma il racconto dell’unico testimone del St. Anthony, Freddy, il proprietario, svegliato (ha dichiarato) dal suono delle sirene.

Il rapporto ha un intero, delicatissimo paragrafo sulle prove balistiche effettuate dalla polizia indiana alla presenza di ufficiali dei Ros e del Ris dei Carabinieri. “Sono stati analizzati dalle autorità indiane quattro proiettili, due rinvenuti sul motopesca e due nei corpi delle vittime. E’ risultato che le munizioni sono del calibro Nato 5,56mm fabbricate in Italia. Il proiettile tracciante estratto dal corpo di Valentine Jelestine è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Andronico. Il proiettile estratto dal corpo di Ajiesh Pink è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Voglino. Ma a questo punto – conclude Piroli – dovrà essere appurato se l’azione di fuoco è stata condotta con la finalità di effettuare tiri di avvertimento in acqua erroneamente o accidentalmente finiti a bordo”, oppure se si sia deciso intenzionalmente di “indirizzare il tiro a bordo del natante”.

Come se non bastasse, è arrivata di recente una versione cingalese a intorbidire il tutto. L’ogiva recuperata in sede autoptica sarebbe compatibile con un kalashnikov, le mitragliatrice Pk o Pkm di fabbricazione russa, jugoslava e cinese. Un arma non in dotazione dei fucilieri italiani ma di alcuni Paesi tra cui, appunto, lo Sri Lanka e l’India,  da tempo “in conflitto per la gestione delle zone di pesca del tonno con respingimenti in mare da parte cingalese”. E i pescatori indiani erano andati, secondo quanto riportato dalla stampa locale, proprio a pesca di tonni.  L’ogiva da 31 millimetri (incompatibile con le armi Nato che con il loro calibro arrivano fino a un massimo di 23 mm), è stata ritrovata “quasi intatta nel cranio del pescatore tanto da consentirne la misurazione”. Un elemento che denota che “che quel colpo è stato sparato da almeno un chilometro di distanza, se non di più”.

Politica e affari. E’ chiaro che a quel punto, la vicenda diventa politica. La prima motivazione della particolare avversione per l’Italia è sicuramente nel forte nazionalismo indiano che ha usato l’incidente come rivalsa contro Sonia Gandhi, leader del Partito del Congresso e contro cui si è scatenata la battaglia del BJP, il partito nazionalista che le si oppone. Basterebbero due tweet per capire l’arcano: “la ragazza italiana saprà proteggere i mafiosi italiani” e “la nave italiana portava in Italia le tangenti del Congresso”. Autentiche scemenze (offensive). Di sicuro, nella questione il governo Monti ha sbagliato almeno tre volte. Una serie di mosse e contromosse che hanno sconcertato tutti e ingarbugliato la vicenda.  Quel che non si sa è di chi sono le responsabilità di certe decisioni azzardate e contraddittorie (di sicuro il ministro Terzi non ha brillato per diplomazia) ma è abbastanza evidente cosa c’è dietro. Gli affari, come al solito. Innanzitutto lo scandalo delle tangenti con Finmeccanica e quella commessa annullata da 560 milioni di euro per dodici elicotteri Agusta. Ma c’è di più. Sono quattrocento le società italiane che fanno soldi in India, tanto da prevedere un interscambio commerciale di ben 15 miliardi di euro. Un “ottimo” motivo per non litigare, sacrificando due militari e la dignità nazionale.

Va spiegato almeno che quello indiano è un ricatto in piena regola. Cinque mesi dopo il nostro incidente, da una petroliera americana hanno ugualmente sparato contro un peschereccio uccidendo un pescatore e ferendone altri a raffiche di mitra. L’ambasciatrice statunitense a New Delhi, Nancy Powell, ha telefonato al segretario indiano agli Esteri Ranjan Mathan per porgere le sue condoglianze ed esprimere il rammarico per l’accaduto ma fonti militari americane hanno ribadito di aver fatto fuoco sul peschereccio dopo aver lanciato diversi avvertimenti in base alla procedura. Misure di sicurezza che nelle acque del Golfo non solo per la minaccia dei pirati ma anche al rischio di attacchi suicidi condotti dai barchini dei pasdaran iraniani che adottano la strategia dello “sciame navale” mobilitando un gran numero di piccole imbarcazioni all’apparenza civili e inoffensive contro le navi da guerra statunitensi.

Non solo. E’ anche venuta fuori la notizia di un altro incidente mortale. E c’entra stavolta la Germania. Due marittimi tedeschi sono stati arrestati nello stesso periodo dopo che un loro mercantile avrebbe speronato un peschereccio indiano al largo della città di Chennai, sulla costa orientale, provocando la morte di almeno un pescatore, altri due sono rimasti feriti. La polizia indiana ha accusato il capitano e il primo ufficiale della “Grietje”, nave di una società armatrice di Amburgo, di omicidio colposo e di omesso soccorso aver proseguito la navigazione dopo la collisione. I due sono stati liberati dietro cauzione. Vien da chiedersi a questo punto come sia possibile questa frequenza di incidenti con i pescherecci indiani. Ad essere generosi, si può sostenere che quantomeno non conoscono il codice della navigazione.

Infine, c’è un’altra grande ombra. Tutte le prove sono state cancellate dagli indiani. Il peschereccio è stato affondato, nonostante il risarcimento offerto dall’armatore, spariti i risultati delle autopsie e soprattutto le perizie balistiche. Come si fa a stabilire dunque che sono stati i marò a uccidere? Senza considerare l’aspetto più importante: che l’incidente è avvenuto in acque internazionali e che l’equipaggio è stato fatto scendere a terra con l’inganno. Inoltre, come è noto,  gli indiani hanno forzato con una presa di posizione vergognosa, togliendo l’immunità al nostro ambasciatore, contro tutte le regole diplomatiche. Una vicenda insomma molto sporca che il nostro atteggiamento ha fatto diventare addirittura una farsa.

5 comments on “La grande farsa dei marò: innocenti?

  1. GIUSEPPE PARISI
    7 May 2016

    COSI è SE PARE…..

  2. Walter
    8 May 2016

    ” l’Italia s’impegna a pagare una compensazione di dieci milioni di rupie (142 000 euro) per ognuna delle due vittime. L’Italia accetta di pagare per motivi umanitari e caritatevoli, come segno di mutuo rispetto e gesto di buona volontà fra i due Stati sovrani, ma senza che ciò possa comportare un riconoscimento di responsabilità.”

    E che significa? Excusatio non petita accusatio manifesta.
    Se la mummia Monti mandava il mago Otelma come rappresentante diplomatico, i risultati per l’ Italia erano migliori.
    Da cacciare per incompetenza estrema.

  3. Walter
    8 May 2016

    Intendevo dire che dovevano essere “accomodati” ad altre mansioni, i rappresentanti diplomatici incaricati delle attività giudiziarie nel Kerala, In primis il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura.

    • pinoscaccia
      8 May 2016

      ma anche gli altri infatti, sia demistura che terzi….ma ormai la frittata era fatta

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This entry was posted on 6 May 2016 by in tribù.

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