Audio: L’Egitto ora sfida tutto il mondo

Al-Sisi

Adesso in Egitto parlano di cospirazione. Messi sotto accusa, umiliati dall’embargo ma soprattutto attaccati da tutta la comunità internazionale, adesso cominciano seriamente a infastidirsi e a sgomitare. Non solo non arretrano di un passo, ma al contrario cominciano a dare vita a una sorta di braccio di ferro, sfidando tutto il mondo. Certo, negando sempre, inventandosi scuse, ma continuando imperterriti sulla strada della repressione. L’ultimo affronto, in qualche maniera, è venuto con l’arresto di Ahmed Abdallah, consulente della famiglia di Giulio Regeni e presidente della ong per i diritti umani “Commissione egiziana per i diritti e le libertà” che ha sempre difeso lo stato di diritto combattendo le disuguaglianze sociali, politiche ed economiche. L’attivista, poco più che trentenne, è stato prelevato dalle forze di sicurezza egiziane nella notte tra il 24 e il 25 aprile nella sua abitazione ed è accusato di istigazione alla violenza per rovesciare il governo, adesione a un gruppo terroristico e promozione del terrorismo. Colpe che equivalgono a una condanna a morte. Fonti della procura generale del Cairo sostengono che il provvedimento è stato attuato per “manifestazione senza autorizzazione” e che “questa questione non ha nulla a che fare con la famiglia dello studente italiano”. Si tratta dell’ennesima bugia perché Abdallah è stato preso in casa. Intanto i quattro giorni di fermo iniziali sono stati prolungati a quindici. In realtà, c’è stata l’ennesima gigantesca retata per la manifestazione del 25 aprile: sono state arrestate più di trecento persone, in varie città del Paese, che protestavano contro la cessione di due isole del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, all’Arabia Saudita. Tutte con accuse pesanti, tra cui reati contro la sicurezza nazionale e violazioni della legge antiterrorismo e della legge sulle proteste. Arrestati fra gli altri anche la nota attivista Sanaa Seif e gli avvocati Malek Adly e  Haytham Mohammedein, quest’ultimo portavoce del Movimento rivoluzionario socialista. Secondo una vecchia bestiae usanza hanno colto insomma l’occasione per prendere anche gli attivisti di spicco. Ma il caso di Abdallah è il più clamoroso. Secondo i media locali indipendenti infatti è stato prelevato alle tre del mattino dalle forze speciali della polizia, arrivate al suo appartamento a bordo di quattro van. Gli agenti hanno fatto irruzione confiscandogli il portatile e il cellulare. Il consulente della famiglia Regeni  è stato poi trasferito alla caserma di polizia di New Cairo e successivamente nella sede della procura di Cairo est, firmataria dell’ordine di arresto. La famiglia Regeni si è detta “angosciata per l’arresto del presidente di Ecrf che stava offrendo la consulenza ai loro legali e anche per l’arresto di attivisti per i diritti umani, avvocati e giornalisti anche direttamente coinvolti nella ricerca della verità circa il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio”. Un altro tappo insomma nella bocca di chi stava seriamente indagando sull’orribile morte del ricercatore italiano. Un giovane egiziano ha scritto su Facebook un accorato messaggio alla famiglia Regeni: “Pretendete la verità, fatelo per tutti noi. Il sangue di Giulio è il messaggero al mondo di tutte le vittime della tirannia. Svelare chi è il suo assassino è per noi un importante passo verso la libertà”.

Ma il governo di al Sisi non si limita a farsi gli affari (sporchi) suoi, ma comincia ad attaccare. All’Italia chiede spiegazioni sul destino di tal Adel Moawad, cittadino egiziano, scomparso da Roma nell’ottobre scorso (come se le due storie fossero uguali). E quando la Gran Bretagna si allinea all’Italia nella ricerca della verità su Regeni, studente all’università di Cambridge, subito replica con la vicenda di Sherif Habib, che è solo di origini egiziane, ma cittadino inglese a tutti gli effetti, oltretutto morto nel’incendio di un garage!  Insomma, il dittatore del Cairo vorrebbe mettere sullo stesso piano anche gli altri. Senza contare gli oltre mille oppositori incarcerati solo negi ultimi otto mesi, di cui la metà spariti senza lasciare tracce. Un esercito di vittime fra cui addirittura seicento minorenni detenuti illegalmente, anche torturati per reati che non hanno mai commesso, presi solo perché figli di attivisti, senza accuse valide o spiegazioni. Sono accusati anche di reati gravi, come l’uccisione di poliziotti o attentati, che dopo una serie incredibili di sevizie sono costretti ad ammettere. L’avvocato Dalia Lofty, che cerca di difenderli, è disperata: “L’aspetto più drammatico è che il governo continua a negare ogni responsabilità e quindi non si può neppure affrontare il problema”.

Tante storie da brividi. Un caso simbolico è quello di Ahmed Bassiouny: adesso ha diciotto anni, ma è in prigione ad Alessandria da oltre due anni. E’ di famiglia colta e benestante, e ha sempre pensato solo allo studio. Si è trovato in mezzo a una manifestazione, è scappato da un amico.  Quindici minuti dopo i militari hanno cominciato a bussare. Quel raagazzo doveva essere consegnato. Hanno minacciato di buttare giù la porta se il “terrorista” non fosse uscito. Lo hanno accusato dell’omicidio di un agente di polizia e di due assistenti, possesso di molotov e disturbo della quiete pubblica. Lo hanno picchiato, sottoposto a scosse elettriche e spruzzato con l’acqua gelida e ha confessato tutto. A settembre dell’anno scorso c’è stato il processo:  è stato giudicato colpevole. Condannato a cinque anni di reclusione e altri cinque in libertà vigilata. Senza prove. Ha detto alle guardie di voler raccontare tutto ai media. A marzo allora nuovo processo e nuove accuse: rissa e danneggiamento della proprietà pubblica. Così si preso altri due anni di prigione. Sempre senza prove.

Soltanto negli ultimi due mesi sono state fermate più di 250 persone, per lo più giovanissimi, presi in metropolitana o per strada, spariti. Sohaib Emad neppure ha diciotto anni. A gennaio hanno fatto irruzione a casa sua, senza mandato. Da allora sta nel carcere di Mansour, dove dovrebbe accusarsi di far parte di un gruppo di rivoltos. La famiglia può incontrarlo due volte alla settimana, cinque minuti a visita. In prigione ha quasi perso l’uso delle gambe, ma lo hanno legato a una carrozzina, sempre con le manette. La colpa invece di Ahmed Khalef Bayyoumy, 19enne di Alessandria in carcere da tre anni, è quella di essere figlio di una coppia di avvocati che difende le vittime del regime. E’ stato accusato di fabbricare bombe da utilizzare in attività terroristiche. La famiglia lo può vedere solo due minuti a settimana. E tanti altri orrori. L’appello dell’avvocato Lotfy è che se ne parli. “In Egitto non ne parla nessuno, nemmeno i giornalisti. Questi sono ragazzini ormai senza futuro, condannati alla violenza. Molti di loro già pensano a come vendicarsi. Contro i propri aguzzini e contro lo Stato. Tanti altri sono i migliori candidati all’estremismo e al terrorismo. L’Europa deve sapere chi sta sostenendo e a chi vende le proprie armi”.

Poi c’è la storia di Rania Yassin, la giornalista televisiva usata per dire al mondo quel che pensa il regime. Il canale si chiama “Al Hadath al Youm” (l’evento di oggi) . Prima da la notizia: un’indagine è stata aperta contro Reuters dalle autorità, con l’accusa di aver diffuso notizie false a proposito del caso di Giulio Regeni (roba da matti). Poi lo sfogo: “Voglio dirvi una cosa: tutto questo interesse per il caso Regeni a livello internazionale, come in Gran Bretagna e Usa. Tutto ciò indica una sola cosa: siamo davanti ad un complotto. Come se Regeni fosse il primo caso di omicidio in tutto il mondo”. Sempre più infervorata, spiega che sono tanti i casi di egiziani spariti in tutto il mondo, in particolare in Paesi come Italia e Usa “dove le bande mafiose fanno di tutto”. Definisce “provocatorie” le eccessive previsioni e teorie sull’omicidio, al punto che, se “all’inizio francamente sentivo pietà nei suoi riguardi, adesso basta, che andasse al diavolo!” . Concludendo con l’ipotesi che Giulio fosse una spia. Proprio un bel quadro che il giorno dopo si affretta in minima parte a smentire, altra malsana abitudine egiziana. Ma senza chiedere scusa: “Mi hanno tradotta male. Sono stata fraintesa. Non volevo dire che lui dovrebbe andare all’inferno, ma che il caso dovrebbe andare all’inferno poiché sta causando molti problemi. C’è una cospirazione contro l’Egitto”. Rania Yassin lavora per la tv egiziana Al Hadath, il cui proprietario  è Mohammed Ismail, parlamentare della maggioranza governativa. A riascoltare il video, comunque, non sembra sia stata fraintesa: testualmente ha detto:  “inabissati nella catastrofe”,  traducibile appunto con “vai all’inferno”.  Adesso spiega: “C’è un grosso problema: abbiamo un embargo economico perché i media europei scrivono che all’Egitto il caso non importa. Sono tutte speculazioni, è un complotto. Non è la prima persona assassinata nel mondo”.  Dichiarazioni oscene. Per capire forse Rania dovrebbe farsi un bel giro nel baratro infernale delle prigioni del suo Paese.

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