La Torre di Babele

Il blog di Pino Scaccia

Libia, quando c’era Gheddafi

L’Indro

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Sembra un secolo, ma  in fondo era solo il 2008, otto anni fa: tre prima della caduta. Sparito per anni, Gheddafi alla ricomparsa in pubblico aveva chiamato a raccolta alcuni giornalisti occidentali. Ospiti, suoi ospiti. L’occasione era la festa della rivoluzione, ma lo scopo un altro: rimettersi in gioco, magari addirittura infilarsi nel mercato. Fratello leader, non più colonnello, che voleva lanciare un’altra grande ricchezza libica, dopo il petrolio, cioè il turismo. Due giorni da turisti per Tripoli, riveriti e omaggiati (un piccolo tappeto, il libretto verde) ma sotto stretta sorveglianza, poi finalmente ci portano dal raìs. L’appuntamento è in quella che  semplicisticamente chiamiamo casa, in realtà un compound smisurato dentro mura fortificate che si chiama tuttora Bab al Aziziya, diventato un parco divertimenti. Lo spazio è smisurato e forse ci fanno fare il giro largo proprio per sorprenderci: vediamo una piscina coperta, una giostra per bambini, un cinema, addirittura un piccolo zoo. Passiamo accanto a una specie di mausoleo: ci dicono che quella era la vecchia residenza, bombardata dagli americani nel 1986 e che c’è anche un altarino per Hana, la figlia adottiva del colonnello, uccisa a pochi mesi di vita in quell’attacco. Poi la sorpresa: non entriamo in casa, ma dentro una tenda, per anni simbolo anche un po’ folkloristico del personaggio, fedele alle sue origini da beduino.

Finalmente eccolo. A prima vista non lo riconosco, in base alle foto diffuse da regime, poi capisco che quella faccia così strana era solo in parte sua, cioè mutuata da mille plastiche, frutto di un’antica e pesante paura di essere ucciso. Poi parla, lentamente, con pause interminabili guardandoci in faccia uno ad uno. Il discorso dura ore, prima in arabo e poi (tradotto) in inglese. Il termine democrazia non esiste in arabo e dunque non l’ho mai sentito, ma una parola ricorreva spesso, quasi un intercalare: shab che significa popolo, seguito immancabilmente da un aggettivo, shabia, popolare. Mi colpisce la frequenza e quando arriva l’ora delle domande mi ci butto sopra.

  • Gheddafi, come fa a parlare di popolo quando in Libia non si vota, come fa il popolo a decidere se non vota?

Minuti interminabili di silenzio poi finalmente risponde: “Voto, elezioni? E che bisogno c’è? Il popolo qui già comanda, il popolo è sovrano, è il popolo che decide tutto. Io sono solo il fratello leader. Ogni tanto suggerisco, ma poi la decisione è popolare”.

  • Mi può fare un esempio di quando il popolo decide?

Semplice. Il mese scorso ho proposto di assegnare contributi ai comitati di base (i comuni) per amministrare in maniera autonoma il loro territorio. A patto che pensassero a tutto, anche ai servizi essenziali, come strade e scuole.  I comitati si sono riuniti, con grande partecipazione popolare, hanno discusso e poi hanno deciso. Non volevano quel contributo, preferivano che ci pensasse Tripoli. Quindi la palla è tornato a me che sono costretto ancora a guidare quelle terre. Il popolo così ha voluto. E lui che comanda e io lo rispetto”.

Mi fa all’orecchio un collega dell’Ansa: “Questo è proprio democristiano”.

La laicità. Torno in Libia un mese dopo. Appena messo piedi a Tripoli ci imbarcano su un pullmino e ci portano di corsa all’aeroporto militare intitolato a Mitiga, una ragazzina uccisa dagli americani una trentina d’anni prima. “Sapete quando ho capito che non potevamo diventare schiavi? – dice pomposamente  Gheddafi alla folla -. Quando ero un giovane ufficiale dell’esercito libico e non potevo entrare qui, a casa mia. Comandavano loro. La monarchia aveva venduto il Paese agli americani come hanno fatto tanti Paesi allora e anche adesso. Quella non può essere la democrazia. Amo il popolo americano ma la gente deve ribellarsi perchè il potere è delle masse e non si può invadere il mondo con la violenza. La mia grande speranza adesso è riposta nel ‘fratello Obama’, un africano che deve però dimostrare di non avere paura e smetterla di sentirsi schiavo dei bianchi. Spero che vinca e soprattutto che pensi innanzitutto ai palestinesi”.

Le frequentazioni sono assidue. Vado altre tre volte in Libia senza contare le pittoresche “vacanze romane” dove ho seguito il raìs passo passo.  La volta dopo visito le rovine di Leptis Magna (splendide: la più grande città romana sul mare), le strutture alberghiere sono di livello, il mare è incantevole, lungo la costa scopro i nuovi insediamenti turistici. Poi una volta mi portano a Misurata dove c’è un ospizio attrezzatissimo e anche la scuola del “fratello leader”, il suo banco di allora trattato come un monumento. Certo, propaganda e culto della personalità ma è normale in un Paese retto da una sola persona.

M’informo sulle condizioni di vita. Ai tempi di Gheddafi non c’era certo il benessere, ma neppure la disperazione. Segno anche questo di intelligenza politica: dare il minimo ai propri “sudditi” per evitare rivolte. Piccoli e grandi segni sociali: case per studenti universitari, l‘appartamento regalato alle giovani coppie di sposi, sanità completamente gratuita. A sentir loro insomma bene: vivono (vivevano) bene: “Siamo soltanto quattro milioni e con il novanta per cento del petrolio che resta a casa è possibile un andamento dignitoso per tutti” mi avevano spiegato. Intanto la benzina è praticamente gratis: solo nove centesimi di euro al litro. Il Paese pulitissimo. La sicurezza, anche per proteggere il regime, garantita, nonostante – dicono – i nigeriani che portano droga. Lo stipendio medio mensile di quattrocento euro, ma un pasto luculliano costava meno di dieci, l’affitto di un appartamento – per chi non aveva possibilità –  simbolico, diciassette euro al mese. Disoccupazione manco a parlarne.

Figlio di un francese. Se ci si dovesse basare soltanto sulla somiglianza, non ci sarebbero dubbi. Ma che il colonnello Muammar Gheddafi sia figlio di un eroico pilota francese, poi morto in un combattimento aereo in Russia, nel 1943, resta ancora una leggenda, peraltro mai smentita. Ma, accostando le immagini in bianco e nero di Albert Preziosi all’età di 27 anni e quella di un Gheddafi ancora giovane, entrambi in divisa e con espressione marziale sembra di trovarsi davanti due gocce d’acqua: stessi capelli, stessa fronte, stessi naso e labbra, stessi occhi neri come la pece. E, se fosse vera questa leggenda, ci sarebbe oggi anche un risvolto ironico nel pensare che la base aerea francese da cui, a Solenzara, in Corsica, si dirigono parte delle operazioni dei jet francesi sulla Libia è intitolata proprio al presunto padre dell’ex colonnello, frutto di un amore fugace e mai riconosciuto tra una bella ragazza della tribù dei Senoussi, quella di Gheddafi, e un giovane e affascinante pilota, abbattuto sui cielo della Libia, dove era in missione al comando di un Hurricane. A «lavorare» poi sulle date, l’ipotesi che Gheddafi sia figlio del pilota corso è plausibile. Preziosi cadde con il suo aereo in Libia nel 1941; il colonnello, secondo le biografie ufficiali, è nato a Sirte il 19 giugno del 1942. La tempistica c’è, e anche la coincidenza dei luoghi.

Chi lo ha tradito. Nouri Mesmari  ha seguito Gheddafi ovunque, per anni. Per un attore consumato come l’ex colonnello il capo del cerimoniale era più importante del responsabile della sicurezza. Alto, biondaccio: riconoscibilissimo. L’avevo visto più volte a Tripoli e l’avevo immediatamente notato al suo arrivo a Roma, anche perchè come al solito stava davanti a “fratello leader”. Era stato lui a studiare la coreografia della sfilata delle amazzoni alla Sapienza e poi la passeggiata romana in piazza del Popolo e aveva pure fatto una figuraccia alla caserma dei carabinieri di Tor di Quinto quando tentando di salire al volo sulla camionetta era caduto a terra. Nouri Mesmari vive in Francia dal 21 ottobre del 2010. Lo rivela “Maghreb Confidential” in una newsletter dedicata ai diplomatici francesi. Ufficialmente è andato a Parigi per cure mediche, ma dopo un mese Gheddafi s’insospettisce, lo accusa di malversazione e ne chiede l’arresto. Le autorità francesi eseguono la richiesta, ma si limitano ai domiciliari, insomma non lo mettono in galera. Lui chiede l’asilo politico, così blocca l’estradizione e infine è libero. Perché? La risposta è in alcuni documenti dei servizi segreti francesi ed è piuttosto evidente. Mesmari non solo svela i punti deboli di Gheddafi, ma prende contatti anche Bengasi, da sempre ostile al rais, soprattutto da quando nel 1969 cacciò via re Idris originario proprio della Cirenaica. Il consiglio provvisorio ancora non è insediato che già la Francia lo riconosce. Quando parte l’operazione militare i primi colpi in assoluto arrivano da aerei di Parigi. E non è dunque un caso che sul lungomare di Bengasi compaia quasi subito, in piena rivolta, un’enorme bandiera francese, da oscurare quasi quella di re Idris.

La rivolta. Parte ufficialmente il 17 febbraio del 2001 con la “giornata della collera”. A Bengasi  (città quasi prevalentemente islamica) c’è una manifestazione per ricordare i morti dell’anno prima davanti al consolato italiano. Una protesta per le vignette blasfeme e negli scontri la polizia uccide quattordici persone. C’è chi monta strumentalmente la collera e la protesta si trasforma ben presto in guerra civile. In redazione cominciano ad arrivare immagini chiaramente manipolate. Si parla di mille vittime in un giorno ma non c’è uno sparo. Decido di tornare per l’ennesima volta, ma stavolta in Cirenaica, entrando dall’Egitto. Al Jazeera continua a trasmettere immagini false, alcune clamorose come i lavori di ristrutturazione al cimitero di Tripoli passate per le fosse comuni di Gheddafi. E’ il Qatar, attraverso al Jazeera, che spinge per rovesciare il regime. E noi occidentali abbocchiamo, o siamo complici.

Esattamente un mese dopo, il 17 marzo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adotta la risoluzione 1973 su proposta di Stati Uniti, Francia, Libano e Regno Unito. Dieci membri del Consiglio di sicurezza votano a favore mentre cinque Paesi si astengono dal voto, nessun membro esprime parere contrario. La risoluzione chiede “un immediato cessate il fuoco” e autorizza una no-fly zone.  Due giorni dopo scatta l’intervento militare. E’ chiamato Operazione Odyssey Dawn, odissea all’alba.  I caccia francesi dell’ Armée de l’air , ancor prima del via ufficiale alle operazioni, già sono sui cieli della Libia. La Bbc riporta che alle ore 16:45 le forze militari francesi avevano sparato contro un carro armato libico, intorno a Bengasi, dando così inizio all’intervento. Subito dopo si scatenano americani e inglesi che in pochi minuti lanciano dal mare qualcosa come 110 missili Tomahawk, raggiungendo venti obiettivi strategici.

Dunque è evidente che tutto è nato dal dissidio storico con la Cirenaica. Un conflitto prevalentemente politico con Bengasi che ha tentato di prendersi il potere. Non casualmente al centro della questione  anche stavolta il petrolio, territorialmente a est ma gestito a ovest, cioè dalla capitale. Per un mese la battaglia si è sviluppata infatti intorno a Ras Lanuf e a Brega dove ci sono i più grandi impianti petroliferi. Una storia è stata studiata a tavolino, con francesi e inglesi (e americani) che si sono infilati nel grande affare, mentre l’Italia già c’era dopo la faticosa riappacificazione per il colonialismo. Ho seguito per mesi gli shabab nel deserto: sicuramente commoventi nel loro entusiasmo tutto giovanile, ma senza l’intervento della comunità internazionale sarebbero stati spazzati via con facilità.

Ci sarebbero da dire molte altre cose, ma mi fermo qui. Il resto è notissimo. Il 20 ottobre, sei mesi dopo, è ucciso in maniera violenta Gheddafi, a Sirte proprio dove era nato. Adesso la Libia è un inferno. Ma l’ex dittatore lo aveva predetto: “Dopo di me sarà il caos”. Forse neppure lui però immaginava fino  a che punto.

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This entry was posted on 14 April 2016 by in libia.

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