Bruxelles: il fallimento dell’intelligence

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Improvvisamente ci sentiamo fragili, indifesi. Eppure non è difficile capire che un atto terroristico è piuttosto semplice da compiere, ahimè. Lasciare un ordigno in un luogo affollato non è impresa impossibile, se poi c’è chi decide di immolarsi diventa anche più facile. I terroristi, certo, non sono imbattibili ma per prevenire le loro scellerate azioni è necessario un grande lavoro di intelligence, analizzare fermenti e progetti, distinguere tra persone in cerca di speranza e folli fondamentalisti. Mi ha colpito profondamente, ad esempio, la reazione di Molenbeek, il quartiere di Salah dopo l‘arresto del ricercato numero uno. Quella roccaforte del jihadismo che si è scagliata a viso aperto contro i poliziotti. Inquietante anche la circostanza che Salah, dopo aver impunemente passato le frontiere, sia tornato dalla Siria nel suo habitat: abbastanza prevedibile (l’abbiamo scritto subito!) che stesse preparando qualche altra azione dimostrativa. Sicuramente la nuova strage conferma l’assoluta incapacità dei servizi segreti belgi di prevedere alcunchè oltre che il falimento del tanto declamato accordo con le altre polizie europee (non riescono a collaborare neppure con la Francia). Il problema è che Bruxelles non è una città qualsiasi, ma sede dell’Unione e della Nato. Com’è possibile che nell’aeroporto più blindato del continente sia possibile trasportare armi e bombe? Diventa addirittura patetica l’attività di sicurezza negli scali di fronte a questi episodi di totale inefficienza. Adesso si dirà (c’è già chi lo ha scritto) che “l’Europa è in guerra”. Ma l’Europa, per non dire tutto il mondo, è in guerra ormai da molti anni: in Afghanistan, in Iraq, in Libia. E forse bisognerebbe di nuovo interrogarsi  sullo spartiacque dell’11 settembre dove la cosiddetta “guerra al terrorismo” ne ha prodotte altre.  Dopo al Qaeda è nato l’Isis, ma non è questione di sigle. Ed è anche ridicolo, oltre che disumano, adesso chiudere le frontiere. Perché si respinge la disperazione, ma il vero nemico da tempo è già fra noi. E può colpire impunemente.  Mentre noi contiamo altre vittime: 26 morti, 130 feriti. No, non è stato un bel risveglio stamattina.

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6 thoughts on “Bruxelles: il fallimento dell’intelligence

  1. No, non è stato un bel risveglio, soprattutto se si pensa che ce ne potrebbero essere altri di risvegli così. E’ evidente che stiamo sbagliando qualcosa: direzione, modo, bersaglio…

  2. Inserisco una analisi di Vincenzo Sparagna che condivido: dice chiaro problema e soluzione, che ovviamente non è facile e nemmeno a breve termine.

    “CULTURA E TERRORISMO ISLAMICO”

    “Da qualche tempo la nuova fantomatica trovata per combattere il terrorismo islamico, che oggi, martedì 22 marzo 2016, ha nuovamente colpito senza pietà tanti innocenti in Belgio, è quella di investire oltre che in sicurezza, anche in cultura. Lo ripetono come un mantra il presidente della Repubblica, il capo del governo e molti altri. Ovviamente maggiori investimenti sulla cultura (che al momento si vedono poco) sono sempre una buona cosa. Se invece di buttare miliardi in opere inutili, strade superflue, orribili edifici costruiti e abbandonati ecc., gli stessi soldi venissero impiegati per borse di studio, facilitazioni per i giovani più poveri, lotta all’abbandono scolastico, sostegno alla ricerca scientifica, tutta la società ne trarrebbe beneficio. Ma relativamente alla lotta al terrorismo islamico bisogna dire con chiarezza che parlare di cultura in generale non vuol dire niente. Vi è infatti una cultura critica verso gli integralismi religiosi, ma vi è pure una cultura prigioniera del misticismo. Basti pensare alla differenza abissale tra una scuola laica che cerca di educare gli individui a pensare con la propria testa e una scuola musulmana o una màdrasa che basa ogni suo insegnamento sul Corano. Dunque la questione non è parlare di cultura in astratto, ma chiarire quale cultura si intende. È facile prendere le distanze dai terroristi kamikaze, molto meno contrastare il brodo di coltura in cui crescono e si moltiplicano, ovvero l’ideologia religiosa islamica. Eppure se in occidente si sono affermati i diritti umani è stato perché gli illuministi non hanno esitato a sbeffeggiare l’ortodossia religiosa cristiana. La stessa durezza critica dovrebbe essere praticata oggi contro il misticismo musulmano, gli ambigui precetti del Corano, la barbarie della sharia. Una volta questa “lotta ideologica” contro ogni tipo di oscurantismo religioso era da noi un aspetto fondamentale della politica e dell’educazione, adesso si ha paura perfino di pronunciarsi sui dogmi dell’Islam, preoccupati di non cadere nella temutissima islamofobia (malattia considerata molto più letale della cattolicofobia). Invece è proprio su questo terreno che la moderna società multiculturale vivrà o morirà, perché non ci sono più popoli lontani che abitano ignoti deserti, ma solo cittadini di uno stesso mondo e i fanatici assassini vivono nei nostri stessi quartieri. Insomma una cosa è lasciare ciascuno libero di credere a quello che vuole, altro è cadere nel relativismo assoluto per cui si tollera qualunque aberrazione in nome del rispetto delle culture diverse. Certo la speranza è che la critica ai dogmi coranici venga anche dagli intellettuali di origine musulmana, ma non è esclusivamente affar loro o del mitico Islam moderato. Vincere il feroce terrorismo jihadista è impossibile senza combattere l’idea stessa della guerra santa e l’identità musulmana tra legge e religione, perché il Corano è solo il libro di un antico profeta, pieno di saggezza come di orrori, e non l’ultima “parola di Dio –

  3. VINCENZO SPARAGNA, compie un analisi che antropologi, psicologi, sociologi, storici, economisti curiosi intellettualmente compiono da 3.000 anni ed ad un dipresso sono tutti convergenti, solo che noi occidentali comuni siamo dei comodoni sempre più ignoranti e quindi esplodiamo sempre nei nostri ingenui ed infantili dogmatismi illudendoci di risolvere problemi che richiedono dialogo continuo ed esposizione di noi stessi, col bastone o la carota. Etnie, culture, comportamenti sociali atavici, nella lontananza, spesso si rinforzano, come accadeva negli italiani emigrati, più conservatori e chiusi di quelli rimasti in patria o di alcuni dei nostri meridionali immigrati al nord che si chiudono verso gli stranieri più che molti nordisti.
    Ricordiamo, infine, che nella gaussiana, per la legge dei grandi numeri, nelle società complesse ed esigenti…alcuni…si mettono in posizione di rifiuto anche violento e non solo fra stranieri, probabilmente si sentono rifiutati…perché.

    ATTENZIONE, SOLO ALCUNi, quanti giovani studentelli di 1.000 razze ridono e giocano in perfetta parità.

    STUDIAMO GENTE….

    1. Non si capisce cosa c’ entrano gli emigrati italiani, fatta eccezione per la triste esportazione della Mafia dalle parti della statua della Libertà. Non vi sono infatti notizie di italiani che si sono fatti esplodere con la loro valigia di cartone e chiusa con lo spago dalle parti di New York o in tutto il territorio USA e manco in Brianza.
      L’ Illuminismo evocato da Sparagna è una idea e pratica di duecentocinquanta anni fa circa, non 3000.
      Di sicuro, andare a distribuire bombe come fossero caramelle nei territori regno dell’ Islam non serve a niente, perché non è guerra di territorio, ma di culture.

  4. “Com’è possibile che nell’aeroporto più blindato del continente sia possibile trasportare armi e bombe?”

    Condivido l’intera analisi, ma potoremmo cominciare ad affrontare i problemi uno alla volta, in ordine di difficoltà. Il lavoro di intelligence è complicato? Il lavoro di controllo è un po’ più semplice? Cominciamo da questo.
    Se vado nella mia banca con in tasca il cellulare e magari anche le chiavi, vengo fermato all’ingresso: la doppia porta non si apre e una voce registrata mi invita a depositare gli oggetti metallici nell’armadietto all’esterno.
    Una bomba (esplosivo, bulloni, pezzi di metallo…) non dovrebbe poter varcare la porta di un luogo considerato sensibile, come un aeroporto (ci sono altri luoghi affollati, ma non tutti allo stesso livello di rischio: cominciamo con gli aeroporti). Non nel 2016. Facciamo scendere gli agenti dal cavallo, e diamogli strumenti adeguati.

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