La Torre di Babele

Il blog di Pino Scaccia

Gli zoo più tristi del mondo

Roger Allen, il fotografo autore che ha scattato le immagini, lo ha definito “Lo zoo più triste del mondo”. E non è davvero possibile dargli torto: orsi, leoni, porcellini d’india. Sono quanto è rimasto di un serraglio privato appartenuto ad un ricco magnate a Gyumri, in Armenia. Abbandonati a se stessi, gli animali sarebbero già morti se ad occuparsi di loro non fosse stata una coppia di coniugi, Hovhamnes e Alvina Madoyan, che come possono cercano di sfamare ed accudire gli animali senza alcun compenso. Le autorità locali si rifiutano di farsi carico del loro sostentamento. Link

Forse è vero o forse no. Dato per scontato che tutti gli zoo sono tristi, con gli animali dentro le gabbie, ne ho conosciuti almeno altri due altrettanto tristi, prima a Kabul e poi a Baghdad. Dove anche le bestie sono vittime della guerra.

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Oggi ho fatto il turista. Sono andato allo zoo. Sta appena fuori Kabul, sulla strada martoriata dai bombardamenti russi. C’era gente. Famigliole, come in tutti gli zoo del mondo. Solo che questo è proprio uno zoo afghano: povero. Intanto le gabbie sono in mezzo alle macerie. Poi gli animali sono pochi. Molte gabbie sono vuote, tanto che ho giocato infilandomi io in una gabbia abitualmente frequentata dalle tigri (ma le tigri non c’erano, naturalmente). Erano talmente pochi gli animali che in un recinto c’erano pure i conigli. In mancanza di belve feroci tutto fa brodo. Pensare che, nonostante le insistenze, non ci hanno fatto pagare il biglietto (sarebbe costato un quarto di dollaro ciascuno). Sono talmente orgogliosi i custodi dello zoo di Kabul che hanno voluto regalare una visita ai giornalisti occidentali. Ma alla fine chi mi ha fatto veramente pena sono stati gli animali. Se non mangiano gli uomini, figuratevi loro. Tutti gli animali in gabbia sono tristi, ma questi erano più tristi degli altri. Un leone mi ha guardato a lungo. Prima ho pensato che avesse l’acquolina in bocca, poi ho capito che si stava sfogando. Mi diceva: “Che sfiga! Già che mi hanno portato via dalla savana non potevano mandarmi a Zurigo?”. E’ la stessa domanda probabilmente che si fanno spesso (almeno all’ora dei pasti) i bambini afghani che lo stavano guardando. “Ma se nascevo in America mangiavo due volte al giorno, forse anche tre? Beh, almeno non sono obeso”. [Kabul, 5 aprile 2003]

leoncini

Oggi sono stato allo zoo di Baghdad. Dovevo fare un confronto con quello di Kabul. Quello di Baghdad sta peggio. Pochissimi animali, una devastazione. Pensate che proprio qui c’è stato lo scontro finale. Una volta lo chiamavano Al Zhaura, il grande giardino, adesso c’è un sudafricano che cerca di rimettere in sesto le poche bestie, quelle che i predoni non hanno portato via. Ho visto Mandor, una volta gioiello del regime, splendida tigre siberiana. Non mangia, si lascia morire , seguendo il destino del suo dannato padrone. Ho visto anche i sette leoncini di Udai, il figlio di Saddam: li teneva in giardino, pronti a sbranare i “nemici”. Cucciolotti dolci, spauriti. Nei primi giorni nessuno gli dava da mangiare per odio contro il regime, ma sono troppo teneri e sono diventati i preferiti degli inservienti, soprattutto di Hashin, il più giovane, che li tratta proprio come cuccioli “Hanno tanto bisogno di affetto” mi ha detto “si vede che non l’hanno mai avuto, erano solo un trofeo da esibire”. Certo, c’è di molto peggio nella storia di Uday, come del fratello Qusay, due tipacci di cui aveva paura, pare, addirittura il padre: cioè Saddam il sanguinario, ed è tutto dire. La cattiveria, per fortuna, non sempre si eredita e le colpe dei due dannati fratelli sono tutte loro. Ho sempre detto, e lo ripeto, che l’incapacità di amare gli animali è spesso il sintomo preciso di povertà d’animo. [Baghdad, 11 maggio 2003]

One comment on “Gli zoo più tristi del mondo

  1. angelidicristallo
    21 February 2016

    Per fortuna ci sono persone con un cuore grande che si fanno carico di una cosa imprevista. Ma che lascerà tanto nelle proprie vite…. completi ai coniugi….

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This entry was posted on 22 January 2016 by in tribù.

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