La conquista del trofeo

Terminata la rivoluzione si fanno i conti con il passato. Dopo gli ultimi tre giorni intensi nei quali l’Ucraina ha deposto Viktor Yanukovich, ha cambiato premier, governo e lingua ufficiale (ucraino e non più russo), adesso toccherà alla magistratura occuparsi dell’ex presidente della Repubblica. Yanukovich e i suoi fedelissimi sono ricercati con l’accusa di strage, per l’uccisione di massa di civili ucraini. Ad annunciarlo è il nuovo ministro dell’Interno ad interim, Arsen Avakov, vicinissimo alla leader della Rivoluzione Arancione del 2004, Yulia Tymoshenko. fonte

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La storia la fanno i vincitori, si sa. E accanto all’etichetta di criminale, c’è un altro rituale che si assegna agli sconfitti: la violazione dei propri simboli. Prima ancora di condannarli a morte o addirittura di linciarli c’è la violazione della loro intimità, spesso vergognosamente sfarzosa, la conquista del trofeo. Certamente Yanukovich sfuggirà al destino tragico riservato a Saddam e a Gheddafi, perchè protetto dai russi, ma quell’obbrobrio di megavilla alle porte di Kiev è già stata umiliata. E’ successo a tutti i dittatori: da Hitler a Ceasescu, per non dire dei Romanov. Ricordo bene i leoncini di Udai Hussein e altre nefandezze scoperte (e sputtanate) dopo la caduta del regime. La fila a farsi le foto, l’occupazione fisica non tanto per dimostrare gli orrori ma un modo per appropriarsene, come in Libia quando i ribelli rivendicavano un patrimonio che consideravano collettivo. E’ successo anche a me, prendendo come souvenir un libro del partito Baath o sedendomi alla scrivania del ministro degli esteri kuwaitiano subito dopo la liberazione. Poca roba, rispetto a chi ha combattuto per la libertà e si accomoda sulla poltrona buona di chi ha soffocato la popolazione. Rientra nella natura umana, se fin dai tempi antichi si metteva il piede sulla testa dello sconfitto. Il “rispetto ai vinti” è solo una bella parola.

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