La Torre di Babele

Il blog di Pino Scaccia

Il mestiere di scrivere

Aspetto domande, consigli, suggerimenti. L’età è quella di passare il testimone, scongiurando il rischio di una generazione di “copia-incolla”. C’è tutto un mondo là fuori.

IndroMontanelliLettera22 1396053_10200790776351001_1453765113_nGuardate la data. E’ molto tempo che in realtà ho in mente di trasferire un mestiere che ho acquisito sul campo. Piccole istruzioni per l’uso per chi non necessariamente deve farne un mestiere, ma che ha comunque piacere a scrivere. Anche una maniera tra l’altro d’imparare a leggere, districandosi in quest’universo infinito di informazioni. La prima immagine postata è quella, famosissima, di Indro Montanelli dal quale ho preso la passione. Un grande maestro che ha giustamente citato la “suola delle scarpe”, cioè la voglia di faticare insieme al talento. Credo che non sia affatto blasfemo accostarla a quella, a destra, di un impegno difficile. La strada come bottega. Piccole istruzioni per l’uso

13 comments on “Il mestiere di scrivere

  1. Giovanni Farzati
    3 February 2014

    Non demonizziamo il copia e incolla, serve pure quello…d’accordo, utili per una messe di scrittori, le (piccole istruzioni per l’uso) imparare a leggere, si, pure quello, visto che di questi tempi chi legge è sempre meno…districarsi nella foresta di informazioni…lasciatevi condurre per mano dall’emozione, l’emozione deve dettare una personale agenda setting, o no?

  2. pinoscaccia
    3 February 2014

    Il “copia e incolla” è la negazione dello scrivere. E la fine della fantasia. Serve solo a mettere in circolo le stesse cose. Servono invece nuove idee.

  3. marcellolupo
    4 February 2014

    ….io ci provo….ma non sempre ci riesco, a volte sono una capra. :)

  4. saporidelsalento
    6 February 2014

    Ciao Pino, La poesia può fare qualcosa?
    RISPONDETEMI

    I bimbi del Kossovo sono angeli:
    chi spezzò le loro ali?
    Avevano ali piccole e forti
    e volavano a bassa quota sul mondo,
    bastava poco per renderli felici .
    Chi rubò la loro pace ?

    I bimbi di Serbia sono innocenti:
    chi infangò di sangue le loro ali ?

    Avevano occhi grandi e neri
    e un sogno custodito
    tra le pagine di un libro di racconti.
    Chi negò loro la fantasia ?

    I bimbi del Brasile sono forti:
    chi seminò le lacrime sui loro volti ?
    Avevano grandi sorrisi
    su bocche sdentate di povertà.
    Chi rubò loro la gioia ?

    I bimbi d’Albania sono buoni:
    chi barattò la loro vita
    in cambio di un passaporto verso l’ignoto?
    Avevano tra le mani la speranza,
    di una vita senza dittatura,
    che si infranse lungo le scogliere.

    Chi ha rubato il loro pane ?
    Rispondetemi, voi che siete assisi
    sui capisaldi del potere.

    Chi assolverà le vostre colpe ?

    Anna Marinelli

  5. ceglieterrestre
    9 February 2014

    Quando all’alba la bruma si solleverà dalla valle, accompagnata dal canto del Rio Torbido e del Rio Chiaro, raccogli dalle foglie le goccioline di brina e conservale con amore dentro il tuo cuore. Su questa terra gli Angeli piangono per i bambini che soffrono. E noi che amiamo le parole, dobbiamo scrivere per conservare le lacrime degli Angeli. franca

  6. ceglieterrestre
    10 February 2014

    Oggi ho scritto….
    un mio pensiero per voi.
    Oggi le mie persiane restano chiuse.
    Metto nella mia mente
    l’immagine del piccolo Tibet.
    Fiocchi di neve cadono lievi e
    il freddo gela i primi canti dei passeri.
    Le mimose sono già fiorite
    i petali del mandorlo
    si confondono con i fiocchi di neve.
    franca bassi

    • Lucio Gialloreti
      10 February 2014

      Grazie Pino e Franca mi ha chiesto oggi come erano i monti aquilani , dalla mia risposta , al solito e di getto è scattata la vena poetica-romantica della nostra amica !

  7. ceglieterrestre
    10 February 2014

    Ciao Pino, sto dando l’indicazione ad amici. Ce una mia amica, Eka Khutsishvili avvocato, mi chiede dove spedire? Lei può farlo in inglese oppure nella sua lingua. Se vai da lei puoi mettere il sito esatto. Grazie

  8. ceglieterrestre
    17 February 2014

    IL PINO E LA FORMICA, LA RAGAZZA E L’AMICA

    La piccola formica indagò con le antenne l’aria fresca e leggera che si era alzata al tramonto. Un primo granello di sabbia cedette sotto di lei, scivolò ed aprì un varco in cui altri ancora, incalzati da quello stesso vento, caddero, celando per sempre i primi alla luce del sole, che intanto declinava dietro la linea dell’orizzonte: così fu imprigionata la piccola formica. Dalla sua cripta liberò con pazienza una zampetta, poi l’altra e in breve tornò a fronteggiare il disco d’arancio che si immergeva nel mare. Il vento modellava con nuovi contorni l’arenile nella angusta caletta, chiusa dai giganti che disegnavano il profilo della scogliera. La montagna, solo a tratti macchiata da rari ed arruffati cespugli, si gettava a capofitto nel mare, come il trave nell’occhio del ciclope. I suoi contorni piegavano ad abbracciare il piccolo arenile sul quale i rami di un misero pino rosicchiato dal sole e dalla salsedine, vibravano al sollievo della frescura serale. In quel luogo sconosciuto, cui nessuno aveva mai pensato di dare un nome, la formica tornò al proprio lavoro quotidiano e continuò con precisione e impegno a spolpare il carapace del granchio morto, dopo un estremo tentativo di fuga verso il mare, sotto il sole del mezzodì. Il silenzio era interrotto dal regolare mormorìo della risacca, cui faceva da debole contrappunto il saltuario fruscìo prodotto dai rami del pino. L’improvviso bagliore di un estremo raggio del sole declinante, illuminò la linea della roccia e nel gioco della luce, filtrata dal calore che ancora saliva ondeggiando dalla sabbia, la scogliera parve curvarsi su se stessa. Lungo la base che si tuffava nella sabbia emerse, in principio nascosta in una lama d’ombra, una piccola grotta, assieme al profilo di una casetta: un incerto ed instabile pasticcio di pietra, malta e lamiera divorata dalla ruggine, tenuto assieme dalla reciproca assuefazione dei materiali. Poco distante dalla riva, si allungò l’ombra di una bottiglia, poi quella di una rete squarciata dagli scogli ed infine l’alluce, insinuato fra le sue maglie, di un vecchio intento a ripararla. Il vecchio, gli occhiali in precario equilibrio sulla punta del naso, lavorava tranquillo; sembrava mormorare, come parlasse con chissà chi, poi ogni tanto fermava le mani e scuoteva la testa, la linea delle labbra si piegava dura di lato, in quello che, fra le rughe del suo volto bruciato dal mare, si sarebbe potuto definire un sorriso. Si asciugò la fronte, prese la bottiglia e bevve un sorso. Si alzò in piedi e girò attorno allo scoglio, contro il quale poco prima poggiava la schiena. Prese un secchio ed andò verso il bagnasciuga, facendo attenzione nel calcare sempre le proprie orme. Il suo corpo magro danzava nella maglia di lana e nei pantaloni troppo ampi di flanella nera, arrotolati fino al ginocchio, le sue gambe sembravano le zampette di un passero che avesse imparato a camminare. Stirò la schiena, fece una smorfia, con la mano versò un poco d’acqua nel secchio ed iniziò a pasturare, guardando le onde che si facevano sempre più scure. Dispose con cura la rete sulla poppa di una piccola barca, che un tempo doveva essere stata dipinta di rosso sulla chiglia e di verde sul bordo e, remando piano, descrisse un semicerchio a pochi metri dalla riva. Tornato alla spiaggia, tirò la sua rete, riempì ben due secchi di pesce, ma li osservò e scosse la testa: troppo piccoli per essere venduti. Alzò gli occhi al cielo e sospirò, pensando all’ultimo mezzo sigaro che gli era rimasto: il giorno successivo sarebbe uscito a pescare di notte. Tornò alla casetta, dove il tetto minacciava di cadergli sulla testa. Accese il lumino accanto alla foto ingiallita di sua moglie, si fece il segno della croce e la baciò, poi cominciò a friggere il pesce. La sua casa un tempo era tutta dipinta di bianco ed aveva perfino un vero tetto. Nelle due stanzette volteggiavano sospesi nell’aria, assieme al fumo del sigaro, tanti discorsi, il suono tenero dei baci, assieme alla risatina di sua moglie che, sgusciando come una lepre in quegli spazi angusti, lo costringeva ad inseguirla e poi lo premiava stringendosi a lui, finché l’abbraccio diventava così forte che non gli sembrava neppure più di essere vestito. Sorrise e continuò a sorvegliare i pesci nella padella. Ad un tratto gli sembrò che una voce gentile lo avesse chiamato per nome, si girò di scatto, tremava: non c’era nessuno. Prima di morire sua moglie gli aveva raccontato di aver sentito la voce di sua madre che la chiamava per nome e che quando questo accade non si deve aver paura: è la voce dei tuoi cari, che ti aspettano e ti avvertono che presto sarai di nuovo assieme a loro. Sì, però a lui in tutti quei lunghi anni, solo nella caletta, era sembrato tante volte di sentire la voce di lei che lo chiamava. E invece il tempo era passato e lui era diventato sempre più magro e i capelli, che prima si erano fatti bianchi ora sulle punte si erano perfino ingialliti, ma lei non era ancora tornata a chiamarlo a sé.
    Sentì il suono di un campanellino, scosse la testa, a sua moglie era sempre piaciuto tanto il suono acuto dei campanellini. Sorrideva e aveva gli occhi umidi, ma poi sentì il suono di un altro campanello e poi di un altro ancora e le voci: troppe voci! Si spaventò e gli tornò alla mente la storia di Pietro Baialardo e del diavolo zoppo: su quella spiaggia non potevano esserci tutte quelle voci! Due colpi sordi alla porta, poi altri tre e lui lì da solo. Sentì la pelle aggricciare lungo tutto il corpo: era il bastone del diavolo zoppo quello che batteva all’uscio! Prese il coltello, si piantò ben fermo al centro della stanza, ma tremava, cominciò a pregare e attese. Qualcuno fuori lo chiamava, ma lui ricordò che anche il diavolo può avere tante voci e che sa usarle tutte per ingannare le persone, specie quando sono sole. Fece un passo ed aprì la porta di scatto. Nel buio stavano ritte quattro sagome, che lo osservavano immobili. Videro il coltello, si spaventarono. Arretravano lentamente e non smettevano di scusarsi. Lui indicò la padella sul fuoco, il pane ancora da tagliare sul tavolo, li invitò ad entrare. Venne a tutti da ridere, anche se all’inizio le risate irrefrenabili che risuonarono nella piccola casa contenevano una nota isterica. Alla luce vide davanti a sé due coppie di ragazzi, offrì il vino e loro bevvero con lui, ma era già notte ed il vecchio dopo poco rimase nuovamente solo. Mangiò, bevve il suo vino e fumò l’ultimo mezzo sigaro, steso sul letto a guardare il soffitto divorato dalla ruggine nel quale qua e là occhieggiavano le stelle. Finì il sigaro ed arrivò il torpore, fuori i ragazzi parlottavano fra loro, gli sembrò che parlassero di cose difficili da intendere. Le voci si confondevano con il suono della risacca, che tentava ad ogni onda di portarle via nel mare e alla fine ci riuscì. Sempre più profondo e regolare si fece anche il suo respiro e così il vecchio si addormentò ancora vestito. Al mattino andò alla grotta, gli occhiali sulla punta del naso, riparò come ogni giorno le sue reti. Con la coda dell’occhio vide che i ragazzi avevano montato due piccole tende, le biciclette erano allineate di lato e allineati erano anche quei campanelli che tanto lo avevano paventato. Non badò loro e cominciò a preparare le esche per la sera, mentre i due ragazzi facevano il bagno e le due ragazze se ne stavano accucciate accanto alle tende: quella bruna parlava all’altra decisa, come a volerla convincere di qualcosa. Il vecchio nascose le esche in modo che le formiche non le trovassero, mangiò e tornò a riposare. Si accorse che fuori le onde assorbivano ogni altro rumore, se ne rallegrò, sorrise e alla fine si addormentò e, come amava che fosse, non sognò alcunché. Il sole intanto attraversava il cielo, le formiche cercavano invano le sue esche, i granelli di sabbia precipitavano rovinosamente lungo improvvisi crepacci aperti dal caldo torrido ed il misero pino aspettava la frescura della sera. Fu svegliato dal ronzio di un moscone. Prese le esche e attraversò la spiaggia, facendo attenzione a calcare sempre le proprie orme. Salutò i ragazzi con un gesto, gli sembrò che una delle ragazze se ne stesse in disparte dagli altri, seduta sul bagnasciuga con le gambe raccolte ed il viso affondato fra le ginocchia, forse piangeva. Spinse la barca in acqua e cominciò a remare. Remò a lungo mentre attorno a lui si faceva sempre più buio e quando la luna illuminò d’argento la cresta bassa delle onde sul mare calmo e nero di pece, accese la lanterna e cominciò a pescare: e quella sera ebbe fortuna.
    Il sole non aveva ancora superato la cresta della scogliera, l’aria era fresca, mentre la barca tornava alla spiaggia. Osservò di lontano le tende, le biciclette allineate e le due buche, una per il fuoco, l’altra per i rifiuti. Dormivano ancora tutti meno lei, quella strana ragazza bionda dalla pelle di porcellana, che si ostinava a restarsene vicino al mare, in disparte dagli altri tre. Immersa fino alla vita, osservava incantata il sole che pian piano saliva oltre la cresta della montagna. Lui tirò in secco la barca, le braccia gli dolevano, il dolore alla schiena poi gli faceva sentire tutti i tormenti di San Sebastiano. Si piegò e fece per afferrare il manico di un secchio, ma una piccola mano si posò sulla sua. Si girò di scatto. Lei lo osservava seria, la bocca accennò ad un debole sorriso, mentre piegava appena la testa di lato. Lui annuì e assieme portarono i pesci alla casetta. Era strano, pensò il vecchio, che ci fossero di nuovo dopo tanto tempo sulla spiaggia due orme parallele a correre dal mare fino alla casa. Lei osservava attenta ogni particolare nella stanza dal cui incerto soffitto filtravano lame di luce in cui danzava una polvere leggera, che si alzava in un vortice per poi precipitare lenta. Il vecchio sedette ad osservarla, lei ora fissava la foto di sua moglie ed il lumino, che si andava spegnendo. Gli altri tre intanto si erano svegliati e dalla spiaggia arrivava il suono gracchiante di una radio. Il vecchio notò che non cercavano quella ragazza assorta e taciturna, che gli aveva rivelato solo il nome. Si chiamava Monica e continuava ad osservare ogni dettaglio della sua casa. Poi prese una delle conchiglie più grandi da una mensola ed uscì, lasciando la porta spalancata. Il sole era già alto nel cielo e la luce improvvisa abbagliò il vecchio, che si stropicciò gli occhi, prese una bottiglia di vino, la seguì fino al suo scoglio vicino alla barca e rimase ad osservarla e ad ascoltare. Notò che i tre accanto alla tende fingevano un’allegria che fra loro non c’era, ignoravano volutamente quella ragazza che si ostinava a guardare il sole e seguirne i raggi che si posavano sul mare e sulle creature, affacciate alla luce sugli scogli. Lei scoprì la timidezza che avvolge l’invincibile carapace dei granchi, rimase a lungo ad osservare una colonia di attinie. Le onde le nascondevano a tratti, per poi renderle alla curiosità di quegli occhi, che instancabili andavano dal sole al rosso di porpora che le vestiva. Restò in mare a lungo, immergendo ogni tanto il corpo nell’acqua, si inabissava come un pesce. Sembrava compisse un rito, come a voler sentire la pelle accarezzata dal mare, come a voler sentire il mare attraversare la sua pelle, unirsi al suo corpo. Intanto gli altri tre esibivano un buonumore falso e sempre più chiassoso, il vecchio notò che solo apparentemente la ignoravano, perché invece lanciavano di sottecchi sguardi furtivi e maliziosi a lei, che rimaneva sola, come facesse parte di una placida armonia in cui il mare era tutto, perché tutto era in esso. Il sole intanto aveva descritto la parte più ampia della sua corsa nel cielo e già cominciava a declinare, mentre accanto alle tende in ogni suono, parola o risatina chioccia, risuonava sempre la stessa nota stridula. La ragazza dai capelli corvini lanciò uno sguardo gelido alla sua compagna, sospirò profondamente, e la raggiunse; il vecchio si accucciò meglio contro lo scoglio, che con il suo tepore gli leniva lo strazio lungo la schiena. Entrò in acqua, raggiunse la sua compagna, tutto in lei e nei suoi gesti faceva pensare ad un piccolo ciclone prigioniero dei suoi pensieri. Parlava all’amica con le labbra strette e la voce tagliente, le parole lasciavano le sue labbra rapide, secche. Rimasero ad un tratto in silenzio a fronteggiarsi. Il vecchio, arrossendo, sorrise. L’accusa era chiara: rotta era l’armonia amorosa che avrebbe dovuto accompagnare la solitaria vacanza su di una spiaggia dimenticata, cui nessuno aveva mai pensato di dare un nome. L’amica dai capelli corvini rimase ad osservare l’altra pensierosa per un po’, poi scoppiò a ridere, rideva a crepapelle, scuoteva la testa, come a volerla compatire e al tempo stesso incoraggiare, perché a lei l’amore e gli uomini non facevano paura. Monica l’osservò distratta, soffiò via con indolenza un ciuffo biondo che le era sceso sugli occhi e al vecchio sembrò che già conoscesse quella litania e che la nenia sortisse su di lei l’unico effetto di annoiarla. La ragazza dai capelli corvini ammutolì, il suo corpo si fece di pietra, lanciò all’amica uno sguardo freddo, piegò la bocca nel pronunciare parole rancorose, che il vecchio non udì e tornò dai due ragazzi. Monica era rimasta sola accanto agli scogli. Guardò i suoi amici, scrollò le spalle, tolse il costume e lo lanciò sulla spiaggia. Lo straccetto bagnato cadde accanto al vecchio, che sospirò e sorrise, bevendo l’ultimo sorso di vino dalla bottiglia.
    Vide la ragazza nuotare, una lacrima scese lenta sulla sua guancia, ricordava anche lui di essere stato ragazzo e di quando sua moglie lo aveva seguito per la prima volta sulla spiaggia: ce l’aveva portata lui, stringendola per mano. Gli girava la testa per il vino e nel ricordo si commosse e fu come se tutto attorno a lui fosse scomparso, tranne gli occhi ed il sorriso di sua moglie. Assieme avevano esplorato gli scogli ed anche lui aveva atteso a lungo, accucciato accanto ad un fuoco. E quanto avevano parlato e ragionato assieme, esplorando la timidezza che avvolgeva l’invincibile carapace dei granchi e le colonie di attinie ed il rosso di porpora che le vestiva. E fu proprio così, ricordava, che avevano lanciato i loro stracci bagnati sulla riva e insieme avevano conosciuto l’amore, l’amore che è in tutte le cose, perché uno soltanto è l’amore di chi il mondo ha creato. Stordito dalla commozione e dal vino, osservò il mare, ma era deserto. Volse lo sguardo alle tende, ma l’improvviso bagliore di un estremo raggio del sole declinante, colpì i suoi occhiali e nel gioco della luce, filtrata dal calore che ancora saliva ondeggiando dalla sabbia, gli sembrò di non vedere più alcuna tenda, né buche o tracce dei falò. Sulla sabbia non c’era più neppure alcuna orma tranne le sue: improvvisamente era ancora una volta solo. Stordito dalla luce e dal vino non capiva, non si spiegava. Così pian piano scomparvero anche l’ombra della bottiglia, quella della rete squarciata e poi anche l’alluce del vecchio, perché intanto una voce gentile era tornata per pronunciare il suo nome e la spiaggia fu infine nuovamente deserta.
    E, mentre il vento fresco e leggero, che si era alzato al tramonto, modellava con nuovi contorni l’arenile nell’angusta caletta, rimasero soli il misero pino rosicchiato dal sole e dalla salsedine e la piccola formica, che stese le antenne e tornò a fronteggiare il disco d’arancio che si immergeva nel mare. franca bassi

  9. ceglieterrestre
    12 March 2014

    Ciao Gabbià, oggi sto ricconto s’è crassificato ar terzo posto. Se ho continuato a scrive lo devo anche a te. Nun me stancherò mai de ringrazziatte. Serena serata ;)

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This entry was posted on 3 February 2014 by in il mestiere di scrivere.

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