La storia di Andrea

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La storia di Andrea è il segno che il mondo forse sta diventando migliore, ma Andrea non lo sa. Perchè la parte più bella della storia è stata raccontata dopo la sua morte. Andrea (il cognome non importa) era un trans sudamericano di trent’anni. Aveva lasciato la Colombia quattro anni fa per sfuggire a violenza e discriminazioni ma ha ritrovato tutto qui. Aveva un braccio e una gamba persi in un pestaggio subito nella pineta di Castelfusano qualche tempo fa, forse per rapina. La sua esistenza misera e disgraziata è finita a luglio sul binario 10 della stazione Termini, bastonata e accoltellata, ma per cinque mesi nessuno si è fatto vivo. Così alla Caritas hanno deciso di dedicarle un funerale importante, in una delle più belle chiese di Roma dove Papa Francesco ha celebrato una messa dedicata agli ultimi. C’erano cento persone, tutti i volontari che avevano imparato a volerle bene, c’erano le sorelle crocerossine con mazzi di rose bianche, c’erano le ambulanze che l’hanno salutata a sirene spiegate. Adesso è sepolta a Prima Porta, come una romana qualsiasi. Perchè c’era anche il sindaco con la fascia tricolore, c’era il ministro Kyenge, c’era Vladimir Luxuria che ha colto l’aspetto più importante: nell’omelia i sacerdoti hanno usato sempre il “lei”, come sto facendo io, non il “lui”. Lei, Andrea, sognava di trovare un ragazzo che la togliesse dalla strada e la portasse al mare e in discoteca. “Perchè la strada è tanto brutta”. Non c’è riuscita. Lo so, è una storia molto scomoda.

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10 thoughts on “La storia di Andrea

  1. È giusto raccontare le storie “scomode”. La cosa più triste è che Andrea ha dovuto morire perché a Lei fossero riconosciuti quel rispetto e quella dignità ch’è doveroso riconoscere ad ogni essere umano.

      • Assolutamente sì, anche se essere diversi (qualunque sia la diversità) spesso significa per bigotti benpensanti essere inferiori e quindi oggetto dello scatenarsi di violenza verbale e fisica, che può portare alla morte emotiva e a quella del corpo, come nel caso di Andrea. Le nostre società violente hanno bisogno di un capro espiatorio, che di volta in volta cambia nome e colpa da pagare.Grazie, Pino, per aver raccontato la storia di Andrea.

      • Certo!! sulla barbarie c’è NIENTE da capire!
        è che cercavo comunque di capire… lei, Andrea, ma non riesco a dare risposte a vite comunque degradate, è inutile, perchè comunque è così… Non per giudicare, ma perchè dev’esserci una risposta… a tutto.

        E comunque, dimenticavo: sai che mi ha fatto più impressione, colpito veramente? quel bambino suicida… probabilmente nemmeno gay – non che importi, per carità, ma per dire che magari nemmeno era gay – ma che portava i pantaloni rosa perchè usciti così da una lavatrice riuscita male… e quindi deriso dai compagni di scuola. Non ci sono parole. Non solo perchè piccolo… ma perchè tu immagina una famiglia umile, che non può permettersi un nuovo paio di jeans per un bucato riuscito male, e i bambini con la loro inconsapevolezza magari contaminata dagli adulti unita a una certa ‘crudeltà’ che solo da bambini si può avere…l’hanno deriso fino allo sfinimento. Succedono cose che sono troppo idiote… e troppo inspiegabili, nella disumanità.

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