Anche i militari americani contro la guerra in Siria

La svolta è clamorosa, probabilmente inedita almeno a livello pubblico. Mentre Obama si sforza di traumatizzare il congresso con immagini terribili che non provano assolutamente alcuna responsabilità del governo siriano sull’uso di armi chimiche (come ammesso dalla stessa Cnn che le ha diffuse), i militari americani si rivoltano contro l’ipotesi di un intervento. 

militari_B1-k8l--140x180@CorriereLo scontro sull’intervento americano in Siria ha trovato in Reddit, il popolare sito di social news, un nuovo campo d’azione. Protagonisti i soldati dell’esercito Usa, che dal giorno dell’annuncio di Obama di una possibile azione militare «limitata» nel Paese, hanno iniziato a postare autoscatti in divisa con i volti coperti da un cartello. Il messaggio è quasi sempre lo stesso: «Non mi sono arruolato per servire Al Qaeda nella guerra civile siriana», con riferimento al sostegno economico e politico che il governo americano ha fornito fino a oggi ai cosiddetti «ribelli» siriani: una compagine variegata al suo interno, in cui è tuttavia molto presente un fronte islamico che vuole l’ «islamizzazione» della Siria. Alle foto di protesta contro l’amministrazione Obama, sono seguite nei giorni scorsi quelle di militari che difendono le ragioni dell’intervento. Il social network è così diventato un luogo di scontro e confronto – più simbolico che di reale dibattito – di due visioni militari dell’America nel XXI secolo. Più che esercizio democratico, la pubblicazione delle immagini – che avviene in totale anonimato – è apparsa agli occhi di molti esponenti dell’esercito un vero e proprio tradimento. In un articolo dal titolo «Non usate l’uniforme per fare politica», il veterano di guerra Garrett Berntes ha definito la vicenda «il sintomo di come questioni di interesse nazionale vengano ormai affrontate anonimamente senza conseguenze per chi denuncia».  corriere.it

Al di là della questione morale (le stellette vietano di esporsi), è una scemenza liquidare tutto con le regole militari. Perchè non solo i soldati, ma anche i vertici (salvo poche eccezioni) si sono espressi chiaramente contro l’intervento, spiegandone i motivi politici e pratici.

Se la Casa Bianca darà l’ordine i generali eseguiranno. Nell’attesa fanno sapere come la pensano sulla Siria. In un commento sul Washington Post , Robert Scale, generale a riposo ed ex responsabile del «Us Army War College» è stato esplicito: il Pentagono non vuole questa guerra. Poi giù, pesante, con le critiche raccolte tra i suoi colleghi. Non c’è strategia, non esiste un obiettivo finale, abbiamo rinunciato all’effetto sorpresa, tutto condotto in modo amatoriale senza tener conto di qualsiasi principio bellico. Giudizi che tradiscono sfiducia nelle mosse di Obama e nell’utilità del raid. Anche se con eccezioni significative. Il generale David Petraeus si è schierato ieri a favore. Posizioni che risentono di un «processo» iniziato da tempo. Nel luglio 2012 arrivano a Washington le prime prove sull’uso di armi chimiche in Siria. Qualche settimana dopo Obama pronuncia la frase che lo «intrappola»: il ricorso ai gas da parte di Assad è una linea rossa invalicabile. Il 2 agosto la Cnn rivela che il presidente ha firmato un ordine segreto per armare i ribelli. Questo dovrebbe portare a un flusso costante di aiuti, però non è così. Alcuni collaboratori del presidente premono per fare di più, lui resiste. Non si fida di quanto può avvenire in un Paese complicato come la Siria. La diatriba riemerge nel febbraio 2013, con il segretario di Stato Kerry e la Cia che insistono. L’intelligence addestra piccoli gruppi con l’aiuto giordano. Altre formazioni di insorti dicono di non aver visto neppure un proiettile. La Casa Bianca continua a girare al largo mentre il Pentagono elabora scenari senza perdere l’occasione per frenare. Il capo di stato maggiore Martin Dempsey, parlando nell’aprile di quest’anno davanti alla Commissione difesa del Senato, non potrebbe essere più chiaro: «Prima di agire dobbiamo prepararci a quello che viene dopo». I pianificatori temono un vuoto di potere in Siria o una vittoria di forze radicali. A metà maggio, mentre aumentano le segnalazioni sull’uso dei gas, Obama presiede una riunione. Dempsey parte all’offensiva contro Kerry chiedendogli se è consapevole dei rischi che si corrono in caso di un’iniziativa militare. Per i testimoni non se le mandano a dire. Dal Pentagono aggiungono: quelli del Dipartimento di Stato hanno una «visione romantica» della ribellione mentre in Siria è in corso una guerra settaria. Riemerge il dilemma di sempre legato ad un eventuale post-Assad. Un’operazione massiccia può aprire le porte a una vittoria qaedista, ma restare a guardare rischia ugualmente di favorire i «radicali». Rimbomba la domanda dei giorni della campagna in Libia: «Chi sono i ribelli?». Quesito che ha solo risposte incerte. Il generale Dempsey è ancora più esplicito il 19 luglio, in una lettera al Congresso dove spiega le quattro opzioni per la Siria, compresa quella considerata in questi giorni e affidata al binomio missili cruise/aerei. Dempsey sottolinea che i suoi uomini sono pronti, però i parlamentari devono considerare tutte le implicazioni di un’azione, anche il pericolo di essere risucchiati in un impegno più profondo. Consiglia: dovremmo aiutare la nascita di un’opposizione «moderata» dandogli una capacità militare e mantenere una pressione sul regime. Nelle sue parole torna il riferimento al dopo. Ogni atto di forza deve essere legato alla certezza di conseguire obiettivi utili per gli Usa. Infine mette in guardia sulle «conseguenze non volute» e cita l’esperienza degli «ultimi 10 anni». Tre parole per non dire Iraq, Paese con un’autorità centrale debole e un terrorismo mai domo. Dopo una tale «lezione» dei generali riluttanti non è difficile comprendere perché Obama dovrà faticare per strappare il sì del Congresso. corriere.it

Lo scontro è interessante. Se è vero che siamo ormai immersi nel tecnicismo, è ovvio che siano molto importanti le parole degli esperti. Del resto, anche Colin Powell (parlando da militare) sconsigliò Bush dall’attacco in Iraq. L’unico d’accordo è Petraeus che ha giù dimostrato, più volte, la sua incapacità. Anche più interessante  è che i militari, oltre che l’aspetto tecnico, abbiano individuato anche gli errori politici. Cioè il rischio di islamizzazione del territorio e l’appoggio, di fatto, ai terroristi di al Qaeda che (a parole) gli Stati Uniti tanto combattono. Proprio l’insidia che paventava Powell togliendo Saddam, cioè l’apertura della strada al fondamentalismo, come poi è accaduto. Almeno Obama stesse a sentirli. Se non lo fa, significa che ci sono interessi superiori (e magari esterni, con le lobby delle armi che spingono furiosamente sul congresso). Poveri noi. E povero mondo.

E’ un faccia a faccia a distanza quello che si sta disputando in questa fase tra Bashar al-Assad e Barack Obama. Con un obiettivo speculare: sfruttare gli spazi mediatici per diffondere le opposte ragioni. Il presidente siriano torna a parlare dopo due anni a una tv americana, la Cbs, e dice: “Non ci sono prove che io abbia usato armi chimiche contro la mia gente, non sono stato io”. E avverte: “In caso di attacco ci saranno ritorsioni dai nostri amici”. L’offensiva del presidente americano, per allargare il consenso all’intervento militare in Siria, si gioca invece due due fronti: quello interno e quello internazionale. In patria la Casa Bianca prova ad accelerare i tempi con un fitto programma di interviste di esponenti dell’amministrazione, in attesa del discorso del presidente di martedì. Rientra nel piano anche la diffusione dei filmati, rilanciati dalla Cnn, che mostrano le vittime dell’attacco del 21 agosto. In Europa continua la missione di John Kerry, che si trova a Parigi per una serie di incontri diplomatici.  la repubblica.it

Clamoroso: sono addirittura contro l’intervento anche i grandi banchieri

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2 thoughts on “Anche i militari americani contro la guerra in Siria

  1. Mah. Ci rinuncio a capirne qualcosa. Stavo per dire “per cose più grandi di me” ma comincio a pensare il contrario: vista più dall’alto, da lontano, in generale…non è che sono questioni più grandi di me – certo, ovvio… non sapendo che c’è dietro – ma la vedo come una grande assurdità proprio assurda e talmente grottesca da sembrare proprio stupida! Ma vi rendete conto se è vero che hanno armato i ribelli fondamentalisti…di che stiamo parlando?! e dopo i talebani pure? chiaro che preme qualcosa, tipo o la ripartizione del mondo proprio – e non esiteranno a fare altre guerre, ma mica solo l’america…. – o l’approvvigionamento delle ultime risorse; idem per le banche “contro”: avranno altri interessi in cui investire che al momento non saranno le armi… che dire.

  2. Insomma una grande sceneggiatura…. nella quale il cosiddetto “parere degli esperti” – dopo già i tecnici, dei quali abbiamo potuto apprezzare l”intelligenza’ artificiosa e robottizzata – non rappresentano altro che la sfera dell’esecutivo… telecomandato.

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