Dove ancora non volano gli aquiloni

L’ultima volta che sono stato in Afghanistan risale al gennaio 2009, tre anni fa, quasi quattro. Troppi per una terra e un popolo che amo come tutti quelli che hanno avuto la mia stessa fortuna di avvicinare. Non rivedrò stavolta Shatia e Jovid, i miei scugnizzi, né vedrò Shafique e neppure Parwiz, gli amici più cari di Kabul. Dopo Herat, Khost, Bamjian, Bagram e tanti altri posti conoscerò Farah, città sulla via della seta dove si fermò anche Alessandro Magno. E’ un posto ricco di storia, come tutto l’Afghanistan, ma anche uno dei più pericolosi, inutile negarlo. Con un gruppo di amici andremo a trovare la Task Force 45 nella base operativa avanzata intitolata a “El Alamein”. Andremo a scoprire come si vive in missione, per mesi lontano da casa, a presidiare la maledetta statale 517 che converge nella Ring Road, crocevia di tutto il Paese, passaggio dei talebani dall’Iran a Kandahar. Come si vive, appunto, lontani fisicamente da casa, ma molto vicini con il cuore e lo spirito. Staremo solo una settimana, ma basterà per dare l’idea di una terra sfortunata, da sempre in guerra, e di una situazione che continua a essere critica, undici anni dopo, invece di migliorare. La prima volta sono arrivato in Afghanistan nel dicembre del 2001, i talebani erano appena stati cacciati: il popolo era ubriaco di felicità, tornava a urlare quella musica che sapeva di libertà, come pure quegli aquiloni che i bambini tornavano a sventolare e le prime donne trovavano il coraggio di togliersi il burka. E’ passato tanto tempo da allora, ma l’aspetto più drammatico è che tutto questo non succede più.

“Finalmente scopro Kabul. Ferita. Variopinta. Incredibile ammasso di umanità. Su ogni palazzo ci sono i segni pesanti di tutte le guerre che l’hanno violentata, da secoli. Il vecchio bazar dei quattro portici è ormai un’enorme baracca, il mausoleo di Timur Shah sventrato, la fortezza di Bala Hissar un cumulo di macerie. Avevo letto da qualche parte: Kabul è la città che non c’è. Invece è bellissima. Me ne innamoro, d’istinto”. Afghanistan, dicembre 2001

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17 thoughts on “Dove ancora non volano gli aquiloni

  1. Torni in Afghanistan..? Pensavo avessi terminato col tuo lavoro da inviato..
    Chissà perchè tutti i posti pericolosi celano fascino. In quel Paese hai lasciato un pezzo del tuo cuore, lo si evince da come spesso ricordi i due bambini afghani.Un Paese che non riesce a evolversi o, almeno, il desiderio c’è, ma ricade inevitabilmente nella sua gretta e primitiva cultura, i burka tolti e poi rimessi lo dimostrano.

    • Si può uscire da un’azienda, ma non da se stessi. Il sogno di un inviato è sempre quello di tornare su territori che ha conosciuto in guerra e ritrovarli in pace. Ma non succede mai.

  2. Non voleranno più gli aquiloni? Forse… ancora più drammatico cresceranno generazioni di bimbi senza poterlo fare, pensando che sia peccato cacciare aquiloni.
    Buona fortuna Pino

  3. Allora per il 14 ,buona fortuna, Pino…o meglio “in bocca ..all’afgano”, …..mi piace pensare che, per qualche giorno, saremo “vicini” (forse qualche migliaio di km in meno che se fosse da qui, no ?)……vuol dire che quando rientrerai ti mancheranno i miei commenti fino a dicembre…e a me , mancheranno le tue “poesie” giornalistiche…..
    ma poi , ci ritroveremo, come sempre, no? (questo serve per gli scongiuri…)
    un abbraccio grande…

    • appunto tu che giri per il mondo difficile sai bene che ogni viaggio si prende come un appuntamento qualsiasi, senza enfatizzare troppo per esorcizzare tutti i pensieri che passano per la testa
      so bene che anche te sei destinata a un nuovo lavoro duro: ecco, si dice buon lavoro e basta
      un abbraccio

  4. Ritorno in Afghanistan, a Farah | La Torre di Babele

  5. Ritorno al futuro: Farah, Afghanistan « La Torre di Babele

  6. Ritorno al futuro: Farah, Afghanistan « Kabul Cafè

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