E i reporter continuano a morire in guerra

Due vittime. E altri due per ora considerati dispersi. Un tragico bilancio per gli inviati di guerra della stampa internazionale che cercano di testimoniare i fatti della terribile battaglia in corso ad Aleppo, in Siria. E’ morta la reporter giapponese Mika Yamamoto, una lunga esperienza anche in Iraq, dove aveva già rischiato la vita nel 2003. E secondo al Jazira, è morto negli stessi scontri anche un giornalista turco. Il suo corpo è stato trasferito in Turchia con l’ausilio dei ribelli siriani. Al-Hurra ha poi confermato di aver perso i contatti con il giornalista palestinese Bashar Fahmi e con il cameraman turco Cuneyt Unal. Il loro autista ha confermato che i due sono stati attaccati da uomini armati che indossavano uniformi dei ribelli. professione reporter  IL VIDEO

Il bilancio dei giornalisti ufficialmente morti in Siria è salito a ventinove, di cui dieci stranieri. Il difficile mestiere dei reporter sotto le bombe di Aleppo

 

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28 thoughts on “E i reporter continuano a morire in guerra

  1. Non si capisce una cosa: vanno via dai luoghi di Guerra Civile pure gli Osservatori Onu, per manifeste lacune sulla Sicurezza e restano i Reporter. Per carità, mirabile l’ impegno di garantire la notizia, però se “danno l’ opportunità” di farsi ammazzare o sequestrare, chi la fornisce poi la cronaca dei fatti? Si, è come fare retorica sciolta, ma è bene che prendano pure loro le adeguate precauzioni.

    1. Non esistono precauzioni. In una guerra civile si può morire in qualsiasi momento. Per capire perchè si va, bisogna essere un reporter. Quando si va mica si pensa di morire, si va a fare il proprio mestiere e basta. Io mi meraviglio di essere ancora vivo: è solo destino.

  2. Sono in effetti delle scelte personali…Le notizie belliche sono necessarie, l’importante che la professione sia per convinzione e nn giusto per passare da eroi all’opinione pubblica.

    1. Nessun reporter è un eroe e neppure ha la vocazione di diventarlo. Si va in guerra, come da altre parti, a raccontare un evento perchè si è scelto un mestiere difficile ma esaltante. Mia madre non l’ha mai capito, per esempio. E quando sei morto cosa ti importa se ti dedicano una strada o un premio?

    2. No, come già è stato detto pure secondo me non vanno per passare da eroi all’opinione pubblica, ma sull’onda di quell’esaltazione, appunto, (caratteriale), un po’ di follia e sicuramente tanta passione. Quello che mi lascia spesso sgomenta, invece, è proprio “l’opinione pubblica”. E’ questa che ha bisogno dell'”eroe”, non si capisce bene per quale assurdo motivo. E’ questa che si esalta…sulla pelle altrui.
      E che considera cretini tutti gli altri, classificati come “tipi da spiaggia o da jet-set”.

      Personalmente, va bene la stima per altri contenuti un po’ più elevati del night-club o le vacanze alle barbados, ma è questa necessità di “sacrificio” che si pretende da un’altra persona a lasciarmi sempre un po’ sgomenta.
      Insomma io non ho bisogno di “eroi”, e penso che tra la superficialità dell’effimero e immagini raccapriccianti di guerra, ci sia tutto un mare…di conoscenza e contenuti da scoprire, con un’enorme importanza anche della qualità dei pensieri.

    1. vero
      un reporter non va solo in guerra, ma a raccontare dove c’è da raccontare
      è un dramma per l’umanità che ci siano da raccontare sempre troppe guerre

  3. E’ grazie a queste persone che veniamo a conoscenza di tanti particolari che resterebbero ignoti riguardo a queste guerre, troppe guerre purtroppo. Al loro sacrificio un immenso grazie

  4. “Nessuno di noi è un eroe nè ha la vocazione di diventarlo. Si va in guerra, sembra banale, come si va in qualsiasi altra parte del mondo a “raccontare”: può essere una festa e può essere l’inferno. La cosa strana è che continuiamo a sentirci dei privilegiati, solo per il fatto di stare in mezzo all’evento, occhi e anima di tutti gli altri. Molti purtroppo pagano la grande curiosità, questa voglia di capire”.
    [Pino Scaccia]

    1. La vostra curiosità e voglia di capire è il tramite per coloro che non hanno una vocazione così forte come la vostra e da casa ascoltano e vivono tramite le vostre parole e le vostre immagini ciò che succede nel mondo. Per questo motivo io ripeto il mio GRAZIE, anche se il prezzo pagato è veramente molto alto.

  5. Si riporta con copia e incolla un tuo commento su Fb: “Non si vive mai di rendita, l’inviato si fa sul campo. Io anche da “line” ho scelto di andare in Libia perchè volevo capire.”
    Per semplice curiosità, puoi cortesemente spiegare che significa “da line”?

    1. Non ero più inviato, ero capo redattore degli speciali. Avrei potuto mandare altri e starmene al desk. Sono andato di persona. Perchè si può cambiare qualifica, fare “carriera”, ma inviati si resta dentro. Tanto per chiarire che non si va per soldi, come magari pensa qualcuno.

  6. E questo ti fa onore. No, decisamente non sembri tipo da desk. Per questo ci si può scommettere che un pensierino per un ritorno in campo sulle notizie, lo hai fatto.

  7. Dall’Australia i moderni campi di addestramento militari sempre più robotizzati. Lo scenario principale si sta indirizzando in luoghi civili-moderni (urban war)…

    1. Terrificante…
      che avevo detto, su questa gigantesca meccanica infernale?…
      tutte le istituzioni di massa, in realtà, scuola e università, industria mediatica, industria farmaceutica, il potere militare-industriale, ingranaggi economici e politici, contribuiscono a fare di noi degli AUTOMI, teste che riflettono la struttura onnipresente…
      ..e l’uomo respinge fuori dalla sua coscienza ciò che avviene nel suo corpo e nella sua interiorità.

      OT – volevo comunque fare un ot, un appello:

      http://www.corriere.it/salute/12_agosto_22/fratelli-morbo-duchenne-medicina_eeba6fb6-ec29-11e1-9004-4e22268e2993.shtml

      Con tutta l’umiltà visto che non sono medico, che gli costa PROVARE anche in stadio avanzato di malattia, magari risottolineando proprio la VIA SPERIMENTALE in argomento, anche nel caso di malattia conclamata?
      una sperimentazione in più insomma… due tipi di sperimentazione diverse…a vari stadi di malattia.
      Fosse solo per non avere rimorsi sulla coscienza, e per tentare l’impossibile in quella che, vorrei un tantino ricordare, E’ LA CURA DELLA VITA DEGLI ESSERI UMANI…….PRIMA CHE UN’INDUSTRIA FARMACEUTICA.
      Per favore, che qualcuno intervenga cercando di salvare anche quel bambino…

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