La Torre di Babele

Il blog di Pino Scaccia

Chernobyl, vivere ancora nell’inferno

Viaggio a Chernobyl, a 26 anni dal disastro. Sono stato tre volte dentro l’apocalisse, l’ultima nel 2006. Ecco l’ultimo reportage dall’inferno, dove ancora vivono (e muoiono) milioni di persone.  Il rapporto

Chernobyl, 26 aprile 2006. Nove milioni di persone, un’area contaminata di oltre 150 mila chilometri quadrati. Decine di migliaia di morti e chissà ancora quanti dovranno morire. Vivere nell’incubo. Soprattutto negli ultimi trenta chilometri intorno alla centrale, la zapretnaya, la zona proibita. Dubova è uno dei pochi villaggi ancora  abitati. Ci vivono 150 persone, tutte poverissime, al limite della disperazione. Sofia però non è disperata, è solo triste. Aspetta solo di morire, non le rimane altro. Ha 78 anni, da trenta vive qui. “Quella notte non ci siamo accorti di nulla, dormivamo. Ci siamo accorti che qualcosa di grave era successo nei giorni successivi perché c’era tanto movimento, gente che portavano via. Poi cominciò a capire tutto mio marito che lavorava in una fattoria vicino a Pripez. Mi raccontava che facevano gli esami a tutte le bestie e poi nei mesi successivi che succedevano cose strane, mucche con due teste, maiali con una testa e due corpi. Sono venuti anche da noi a farci le visite. Ma non ci hanno portato via, segno che stavamo meglio degli altri. Però mio marito, Micha, ha cominciato a sentirsi male fin che è morto. Per tanto tempo mi hanno dato da mangiare granoturco, dicevano che serviva per guarire. Io non sono morta, sto ancora qui, ma con Micha non abbiamo fatto in tempo a fare figli e sono sola, che altro mi resta oltre che aspettare?” Michailo ha vent’anni, come il disastro. Quando è successo aveva pochi mesi. E’ di poche parole, le sue giornate le passa andando in bicicletta su e giù per il villaggio. “Che devo dire? Ogni tanto qualcuno muore. Noi siamo vivi. E stiamo qui”. Victor ha trent’anni. Ha due figli. Fa il muratore a Kiev, guadagna a malapena per far mangiare la famiglia. “Perché non andiamo tutti a Kiev? Ci fa Perché costa troppo. Qui rischiamo, ma non c’è scelta” Vasilj ha lavorato per quattordici anni alla centrale, adesso è in pensione. “Quello che mi porto appresso è un forte mal di testa, il mio compagno di viaggio”. Gala e Vala sono due donne energiche. “Qui è tutto da ridere” fanno. “Sanno tutti che questa è una zona maledetta, che la terra è contaminata e qualsiasi cosa coltiviamo ci può uccidere. E loro che fanno? Ci danno il contributo per quelli che chiamano i prodotti alimentari puliti. Sa quanto ci danno? Un grivna al mese, basta a malapena a comprare un chilo di pane. Noi dovremmo vivere con un chilo di pane al mese. Come dire: mangiate quello che avete, altro che pulito, arrangiatevi, morite”.

Policje è il distretto a ridosso dell’apocalisse, la zona rossa numero quattro. Nykola Martynenko è il vicesindaco. “Ci sentiamo i sopravvissuti. Qui vivevano 30 mila persone, adesso siamo rimasti solo in seimila. Ma soltanto mille sono quelli in età lavorativa, gli altri o sono vecchi o sono bambini. Il futuro è ancora peggiore perché ogni quattro morti c’è soltanto una nascita. La metà dei villaggi non esiste più: erano sessanta, ne sono rimasti abitati trenta, alcuni con pochissime persone”. Davanti alla chiesa nuova ci sono le tombe più tristi. Sulle lapidi non i nomi delle persone ma dei villaggi morti. Ne visitiamo uno, fra i tanti, sommerso dagli arbusti. Questa è zona di funghi ma nessuno ci si avvicina più. L’unico luogo vivo, è un paradosso drammatico, è il cimitero dove ancora vanno i parenti a pregare. Ci fermiamo a una fattoria, a Obukovici. Sono nati tutti qui. Stanno bene perché hanno molti animali. Ci offrono miele appena fatto. La più anziana è Olga, 70 anni. “Servono a noi e servono a far mangiare i nostri figli a Kiev. Ogni tanto li andiamo a trovare a portiamo roba. Loro no, non vengono, hanno paura. Mangiate,non abbiate timore, non fa male, il miele è buono”.

Andiamo avanti, entriamo dentro la zona rossa, dove sarebbe vietato abitare. Ma a Kupovato, ci sono vecchi contadini che hanno deciso di tornare, sfidando tutti. “Sono tornata perche’ era impossibile vivere dove ci avevano sistemato. Tre o quattro famiglie per casa. E non c’era il giardino. Pensare che ci hanno messo due giorni per evacuarci. Paura? No, non ho paura. Sono vecchia ormai“. “Ciao,mi chiamo Olga. Sono felice perche’ e’ la prima volta in vita mia che vedo un italiano”. Nessuno mi viene a trovare, neppure i figli. Hanno paura. Ormai non mi resta che aspettare la morte, qui. Spero che arrivi presto“. “Se ho paura di stare qui? No, perche’ la mia dose ormai l’ho presa, sara’ quel che sara’. Sono dei criminali. Ci hanno fatto stare qui due giorni prima di evacuarci. E’ gia’ un miracolo che non siamo morti subito

Entriamo nella cittadina che ha dato il nome all’apocalisse non ne’ deserta. Ci sono i tecnici e gli operai che ancora lavorano alla stazione. Li chiamano i samosieli, coloro che vivono da soli. “Mi sento un po’ debole,nient’altro. Facciamo turni di venti giorni poi scappiamo. Lo stipendio? Beh,e’ il doppio rispetto alla media. Io guadagno quasi duecento euro al mese”. In lontananza, oltre questo cimitero di mezzi militari c’era un altro villaggio: e’ stato raso al suolo e seppellito. Cosi’ come un intero bosco. Tutto sotto terra. L’inferno si avvicina.

Entriamo a Pripyat, la citta’ fantasma. “Il partito di Lenin e’ la forza del popolo che porta al trionfo del comunismo” c’e’ scritto all’ingresso. La citta’ e’ proprio a ridosso della centrale. Qui abitavano sessantamila persone: tutti i dipendenti della stazione con le loro famiglie. I morti sono stati 35 mila. L’atmosfera e’ allucinante. Tutto e’ come il 26 aprile dell’86. Inun asilo il segno del tempo che si e’ fermato: i pannelli dell’ex Unione Sovietica. Valerj, il nostro “stalker”, il contatto con la zona, ci permette di filmare. Quando entriamo in un palazzo scopriamo perche’. “Questa era la mia casa. Eravamo una famiglia numerosa, allegra. Ogni tanto torno nella mia stanza a suonare ma e’ una musica di dolore“.

Vladimir Ivanovic era un tecnico della centrale. Uno dei primi ad arrivare, già nel 1976. Quando successe la catastrofe scappò subito a casa, dalla moglie e dalla figlia Tatiana che allora aveva cinque anni. Torna spesso qui, dov’era la loro casa ma per la prima volta oggi porta tutta la famiglia. “Sapevo che era successo il finimondo. Non aspettai le autorità,non aspettai nessuno. Presi loro, le misi in auto e le portai lontano. La nostra vita non è cambiata, ringraziando Iddio, sono nate anche due gemelle qualche anno dopo. Ma tornare qui ci fa male. Una grande nostalgia. Pripez era una bellissima città, giovane, viva. Che angoscia trovarla così, morta, sepolta dagli arbusti”.

Fra Pripyat e la stazione nucleare, accanto a una serra, c’e’ quello che chiamano il “poligono biologico”. E’ la zona degli esperimenti, dove sono stati piantati i semi raccolti nel bosco irrimediabilmente contaminato, morto da tempo. Le chiamano le piante mutanti. “Gli aghi di un pino normale crescono a coppie, cioe’ due alla volta. Qui, vedete, sono tre o quattro. Altri crescono direttamente dal tronco. E il tronco, cioe’ il legno, qualche volta e’ morbidissimo altre volte e’ duro come quello di un faggio. Alcuni pini mutanti neppure hanno il tronco. Gli scienziati hanno accertato trentadue fattori mutanti. Che delitto per la natura”.

A Ivankiv c’è il primo ospedale dopo la zona del disastro. E’ giorno di festa, la pasqua ortodossa, non ci sono medici. La caposala, Tatiana Michailova, ci fa entrare. “Tanto ci sono solo neonati. I bambini malati di cancro li mandiamo a Kiev, adesso il nostro impegno è di accogliere tutti i neonati abbandonati. Ne arrivano tanti, colpi della miseria. Le ragazze fanno i figli per ricevere il suddisio dello Stato, ottomila grivna (1200 euro), poi scoprono che non è così facile e allora lasciano i figli”. Inna ha diciassette anni, la sua bimba, Daria, appena quattro mesi. “Devo lasciarla qui, sono sola. Da quando mio padre ci ha abbandonate mia madre si è messa a bere, ormai è pazza, non posso tornare da lei. Il ragazzo con cui ho fatto Daria è sparito. Adesso cerco una soluzione, ho avuto tante promesse prima delle elezioni, ma adesso non si fa più vivo nessuno”. Ogni anno duemila bambini si ammalano ancora oggi di cancro. Li portano a Kiev, in periferia, all’ospedale pediatrico oncologico. Grigoriy Klimnuk, primario: “Ogni giorno in media arrivano da noi due bambini, da tutta l’Ucraina. In un reparto che ne può ospitare duecento siamo arrivati ad averne anche il doppio. Tutti colpiti da tumori solidi. Purtroppo abbiamo grosse carenze economiche. Il governo copre soltanto il 30-40 per cento delle spese per la terapia d’urto, con altri  finanziamenti privati arriviamo a coprire il 70 per cento ma è sempre poco. Ne riusciamo a salvare soltanto la metà”. I bambini giocano con i colori, qualcuno addirittura riesce a sorridere. Le mamme sono nei corridoi, nelle stanze. Urlando l’allarme per la miseria che aggrava una situazione drammatica. “Come facciamo? Qui si guadagnano cento euro al mese e una cura costa diecimila euro, impossibile. Manca tutto, mancano anche le siringhe”. Un’associazione italiana, Soleterre, è intervenuta in maniera sostanziale negli aiuti grazie anche ai finanziamenti del Ministero degli Esteri. Natasha Onoikpo (Soleterre) ci fa vedere quest’ecografo acquistato con i soldi italiani: 25mila euro per uno strumento decisivo. E adesso che scade l’accordo con la Farnesina, Soleterre lancia una campagna con gli Sms.

La centrale atomica e’ ormai a due passi. Ecco il sarcofago di Chernobyl, monumento funebre alla prima era nucleare. Dentro, nascosto da lastroni di piombo e cemento che sono costati la vita agli elicotteristi che li hanno gettati, c’e’ il reattore n.2, quello dell’apocalisse. Qualcuno, vent’anni fa, e’ addirittura entrato nel sarcofago. Tecnici della stazione, per cercare il corpo del vicedirettore sparito al momento dell’esplosione. Qui dentro non sopravvivono neppure i batteri. Si intuiscono blocchi di lava composti da uranio, plutonio, scorie di tutti i tipi, piombo, cemento che neppure un bazooka riuscirebbe a scalfire. “E’ come entrare nel corpo del diavolo e vedere il suo cuore”, ci dicono. E adesso il sarcofago è malato, pieno di crepe, e rischia di crollare.

Entriamo nella centrale. Il cuore del diavolo sta li’ in fondo, dietro il tramezzo. Questa è la grande sala delle turbine. Quella notte e’ esplosa una turbina come questa, in quel punto, ci spiegano. Siamo nella sala controllo. I monitor sono tutti accesi. Ma che e’ successo? Quella notte il capoturno era Serghei Sharshun. “Quella notte nessuno si aspettava il disastro. Anche perche’ non doveva succedere. Ci sono stati almeno tre errori. Sono arrivati ordini sbagliati. Noi superstiti non ci sentiamo fortunati. Ho sensi di colpa che nessuno potra’ mai cancellare. Mio figlio sta male, mia moglie sta morendo. Non doveva succedere. Ho la nausea di questo lavoro ma staro’ qui fino alla fine perche’ e’ il mio destino. Odio soltanto chi non ci ha mai avvertito dei rischi che correvamo”.

La centrale è ufficialmente chiusa dal 2000 ma di fatto è ancora funzionante. Non produce più energia, ma non è spenta. Molti operai stanno lavorando alla disattivazione dei reattori uno e due. Un impegno difficile e soprattutto lungo. “Lavoriamo sette ore al giorno per un massimo di ventidue giorni consecutivi. Andare oltre questa soglia ci costerebbe la vita.” Nessuno lo ammette, ma ci vorrà almeno un secolo prima di scongiurare definitivamente  il pericolo. Certo non si azzarda in previsioni Irina Kovlich, portavoce della centrale. “Non possiamo prevedere quanto ancora ci vorrà. L’aspetto più complicato riguarda lo smaltimento delle scorie. In sostanza, non è stato spento l’interruttore, alcuni sistemi sono ancora funzionanti. Ma non è così facile come spegnere la luce. Il mostro non ci permetterebbe altri errori”. Vivere a Chernobyl. Tra la vita e soprattutto la morte.

13 comments on “Chernobyl, vivere ancora nell’inferno

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  3. marcelloululilupoulula
    26 April 2012

    …i bimbi di Chernobyl ringraziano di cuore tutti per le sofferenze loro arrecate…

    IMMAGINI FORTI

  4. lorena
    26 April 2012

    ALLUCCINANTE !!!!!!!!

  5. pipistro
    26 April 2012

    Solo la personalissima convinzione di essere immortali – convinzione sempre oggettivamente infondata – può spingere i sostenitori del nucleare a perorare i vantaggi dell’atomo in termini energetici ed economici nonostante la congrua verosimiglianza di altri incidenti.
    Si tratta sempre un po’ di giocare con la pelle altrui, la pelle di intere popolazioni.
    In sintesi, vogliono farci correre sulla lama di un rasoio, sapendo che non ne siamo capaci, ma solo confidando che chi ha già sbagliato sbagli un po’ meno.
    Ovvio che non è l’atomo il pericolo, ma la sua gestione, la tecnica tuttora claudicante che ne accompagna lo sfruttamento e la buona quantità di rischio, che, malgrado l’inarrivabile prosopopea umana, rende tuttora inaccettabile la scelta nucleare.
    Ci arriveremo, ne sono convinto, ma quel sarcofago fatiscente, le membra stravolte dei sopravvissuti di Chernobyl e quanto ancora vedremo oltre i silenzi di Fukushima, servirebbero a ricordarci che non è ancora tempo.

  6. sissi
    26 April 2012

    Il ventesimo secolo passerà alla Storia come un secolo di fatti mostruosi. Mai come in questo periodo sembrano essersi scatenate le forze del sottosuolo.
    Ma secondo me proprio perchè mortali, percependosi (oggettivamente) soltanto come tali, i sostenitori del nucleare riducono TUTTO – non solo l’atomo – in termini economici e commerciali. Sono quelli del “si vive una volta sola” e della sindrome del giocatore d’azzardo; del rischio-tutto, anche la vita, perchè è il prezzo del Successo; al guinzaglio delle proprie brame di grandezza, di potere, di ricchezza, che non ancora srozzate, si traducono in lucida e spregiudicata follia.
    (naturalmente il fenomeno è esteso, anche sulla propria pelle…per chi è strutturato così).

    Non riescono a vedere più in là del proprio naso…ma hanno pretese di apprendisti stregoni, svegliando forze che non sanno gestire. Ma intanto ‘di qualcosa si deve pur morire e ciò che conta è il soldo’.
    A tal riguardo suona profetica la frase di Bergonzoni: ‘io non mi preoccupo di ciò che lascio…ma di ciò che trovo quando ritorno’.
    Già.

  7. Patrizia M.
    26 April 2012

    Non ho parole, eppure la consapevolezza che la verità non viene mai detta interamente c’è sempre. Ma leggere il tuo articolo così dettagliato e vero ed vedere le immagini del video che ha inserito Marcello è stato come entrare in quell’inferno, nonostante sappia che è impossibile capire fino in fondo se non lo si vive sulla propria pelle. Ma nonostante tutto questo e nonostante si sappia che anche in Giappone chissà cosa si nasconde, la corsa al nucleare non cessa, gli interessi economici sono sempre al di sopra di tutto quanto. Non si sa ancora come gestire veramente l’atomo senza che ci siano pericoli, ma questa passa sempre in secondo piano, come passano in secondo piano ( cercando poi di metterle nel dimenticatoio affinché la gente non si faccia influenzare ) le parole e le immagini delle tragedie che si sono già verificate. Il denaro, sempre e solo l’unico che deve stare sopra a tutto quanto, poi le conseguenze saranno di chi le deve subire….

  8. Giuseppe Muscas
    27 April 2012

    Bravo Pino che aiuti a non dimenticare una tragedia che ormai sembra essere archiviata alla storia tra il silenzio, quasi, generale.

  9. ceglieterrestre
    28 April 2012

    Non dimenticare serve ma a pochi. Le ferite sono ancora visibili, comunque si continua a uccidere anche con questo.

  10. Rosaria
    5 August 2012

    Novecento – La bomba atomica e la ricostruzione 6 agosto 1945

  11. GiorgiusGam
    6 August 2012

    Ricerca USA: “Chemioterapia rende immuni alcuni tumori”

    … La chemioterapia, usata da decenni per combattere i tumori, in realtà può stimolare, nelle cellule sane circostanti, la secrezione di una proteina che sostiene la crescita e rende ‘immune’ il cancro a ulteriori trattamenti…

    MORE: http://bit.ly/QwhFew

  12. sissi
    6 August 2012

    Allora a maggior ragione è interessante leggere qua (per il cancro)

    http://www.rudolfsteiner.it/articolo/121/viscum-album-fermentatum

    • sissi
      6 August 2012

      (non solo per le ossa eh, ma per il cancro in generale. io ho messo quello, comunque è il vischio, viscum album, anche con iniezioni sottocutanee, e non dà effetti collaterali).

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This entry was posted on 26 April 2012 by in nucleare.

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