I fiori di Shafiq

Proprio stamattina mi sono arrivati gli auguri di Natale da Shafiq, il mio driver afghano. Lo fa sempre, lui è musulmano ma sa bene che per noi è festa. Era un ragazzo quando l’ho conosciuto, adesso è un padre di famiglia, ha due figli che mi chiamano zio e ai quali ha insegnato ad amare l’Italia. Voglia improvvisa di Kabul.

1. Non ne avevamo mai parlato molto. L’anno scorso gli chiesi: “Ma tu sotto i talebani, dov’eri?”. E lui appena un soffio: “In montagna, con i muhjaeddin”. Ogni tanto per Kabul mi presenta qualche suo amico che ha combattuto i russi. Shafiq ha venticinque anni. E’ nato in guerra e si sente in guerra. L’ho visto strano stamattina. Cosa c’è? “Lì hanno impiccato mio fratello”. Lì, nella “casetta” dei vigili, in mezzo alla piazza. Sono stati i talebani. 2. Shafiq, come tutti gli afghani, ama i fiori. Mi ha chiesto lui di fargli una foto in Flower street, in mezzo a tutti quei fiori rigorosamente finti. Per loro sono bellissimi, anche perchè non conoscono i fiori veri. E neppure i colori. Comincio a preoccuparmi: sembrano belli anche a me. La normalità afghana ha ormai preso il sopravvento. Ma non mi dispiace. Anch’io oggi avevo voglia di spezzare il grigio. 3. Appena sale in macchina mette sempre la musica a tutto volume. Se non lo sai, lo prendi per matto. Anche perchè, accidenti, ti spara musica techno. Shafiq ti spiega: “Con i talebani non si poteva sentire la musica, nessuna musica. La televisione era chiusa e c’era solo una radio che funzionava per fare propaganda. Una sera sentivo musica indiana a casa. Sono arrivati i poliziotti. Per fortuna ho nascosto in tempo la cassetta“. I talebani odiavano anche i giochi e i colori. Odiavano la vita. 4. Oggi gli ho detto a bruciapelo: andiamo a Kandahar? “Non c’e’ problema – mi ha risposto, pronto -. Io conosco la lingua pashtun. Ma tu pero’ non sei un giornalista. Ai giornalisti li’ tagliano la gola. Non sei neppure italiano, laggiu’ gli italiani non piacciono, troppo amici degli americani“. E allora chi sono? “Un indiano. Un mio amico che ha un negozio a Kabul. Vendi tappeti. Capisci di tappeti?” No, ma il problema non e’ questo: avete mai visto un venditore di tappeti con la telecamera? Kabul, 2002

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24 thoughts on “I fiori di Shafiq

  1. Ho letto più volte questo stralcio di vita, i passaggi evidenziati con i numeri e ho sentito quanto è dolce Shafiq, ma nello stesso tempo quanto è stata dura la sua vita e quanta forza ha avuto nell’affrontare tutto quanto.
    Avere un amico come lui è sicuramente splendido
    Patrizia

  2. Questa foto ve la devo proprio far vedere: quando Shafiq mi ha portato a far vedere i figli, Florence e Sael. E’ del 2007, adesso sono cresciuti… Speriamo che almeno loro riescano a crescere in pace.

  3. Anche nel mio cuore ci sono le immagini lontane dai colori antichi, resteranno nella mia memoria. Caro gabbiano comprendo la tua nostalgia.

  4. Ho letto che i talebani ,studenti in realta’ analfabeti,controllano il 90% del territorio afghano.Non so se questi dati siano reali certo che chi li ha sovvenzionati ,gli stati uniti,contro l’invasione russa,non è riuscita a fare tanto nemmeno con i suoi.

  5. Pino io li ho visti i venditori di tappeti con la telecamera….. UNA TELEVENDITA!!!….niente di più facile….a mio parere il problema non era quindi la telecamera ma dove reperire UN MIGLIAIO DI TAPPETI per l’ignobile finzione…o no?

  6. Nascere in guerra e sentirsi ancora in guerra…Forse la Pace in Afghanistan pare un’utopia, ma si può sperare, almeno, di poter condurre una vita che meriti tale nome.E se i bambini rappresentano sempre una speranza per il futuro, speriamo che Florence e Sael la vita sia alemno un po’ più tranquilla.
    Ma…com’è finita poi la storia del giornalista venditore di tappeti?

    1. In effetti…non è mai cominciata. Ma ti pare che andavo a Kandahar, in pieno territorio pashtun con un driver tagiko? Ci ha provato il mio amico Daniele Mastrogiacomo e sai che fine ha fatto. Anzi che fine ha fatto il suo “Shafique”, poverino.

      1. Già,quelli non ci pensavano due volte a “seccare” chi andava a seccare nel loro territorio…saggia, quindi, la decisione di aver rinunciato.

          1. e qui torna la mia annosa questione: documentare a guerra comporta certamente dei rischi e tuhai sicuramente molto a dire a riguardo. E’ pur vero che in molte situazioni di rischio c’è chi sopravvive – un po’ per quella che chiamiamo fortuna, un po’ perché (per me) non è giunto il suo momento- e c’è chi perde la vita. E altrettanto vero che qualcuno, a volte, lanci sfide senza calcolare tutte le conseguenze che queste potrebbero comportare per sè e per gli altri.
            Rispettare questo confine è segno di saggezza.

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