L’arrivo a Kabul

Esattamente dieci anni fa ho messo piede per la prima volta a Kabul. I talebani erano appena andati via. Il viaggio è stato lungo e articolato, passando per Islamabad. Partito il giorno di Natale, sono arrivato in Afghanistan il 27 dicembre. Ormai ci si ricorda di quei posti solo quando succede qualche incidente grave, la realtà è che ci siamo quasi dimenticati che sono in missione ancora tremila militari italiani. Il loro sforzo è lodevole, ma la situazione purtroppo non cambia. Gli stessi americani ormai ammettono che il settanta per cento del territorio è in mano agli insorti. Sto cercando di recuperare nel blog  qualche storia passata, intanto mi piace proporvi il racconto di quando ho scoperto quella terra piena di dolore ma anche di magia. 

Arriviamo a Kabul che ancora è giorno, per fortuna, prima che scatti il coprifuoco.  Qui il fuso è spezzato, non mi era mai successo: siamo tre ore e mezza dopo l’Italia. Come dire: fanno di tutto per complicarsi la vita. Finalmente conosco quella che sarà la mia casa per un pò di tempo. Abito in Silk street, la via della seta. E’ in periferia, nel quartiere cosidetto residenziale di Wazir Akbar Khan: qui ci abitavano i comandanti russi quando Mosca aveva conquistato la capitale e, più di recente, i capi dei talebani. L’idea del lusso, come dire, c’è: piccola piscina in giardino, grande salone con annesso bar, ma non vi dico le condizioni. Oltretutto la luce va e viene, l’acqua pure, mangiare è un rischio serio. Scrivo queste prime note su Kabul al buio senza, in effetti, aver ancora conosciuto Kabul. (…) La mattina dopo finalmente scopro Kabul. Ferita. Variopinta. Incredibile ammasso di umanità. Su ogni palazzo ci sono i segni pesanti di tutte le guerre che l’hanno violentata, da secoli. Il vecchio bazar dei quattro portici è ormai un’enorme baracca, il mausoleo di Timur Shah sventrato, la fortezza di Bala Hissar un cumulo di macerie. Avevo letto da qualche parte che Kabul è la città che non c’è. Invece è bellissima. Me ne innamoro, d’istinto. 27 dicembre 2001  Cartoline afghane

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29 thoughts on “L’arrivo a Kabul

  1. Se dieci anni fa c’ erano macerie e miseria, chissà cosa si trova oggi. Non sembra ci sia stata ricostruzione da parte di nessuno. E le Ong non sono multinazionali in grado di risistemare lo sfacelo di più di 30 anni di invasione.
    Si può dire che l’ Afghanistan oggi pesa di più… dopo tutto il piombo che è stato scaricato.

  2. Capisco che vederlo da qui sembra una pazzia, ma ci sono posti in cui è assolutamente normale tenerlo. Ci sono i predoni, i cosidetti ali baba. Ogni buon afghano che si rispetti, anche il più pacioso, ha un kalashnikov nel portabagagli. E quando stiamo lì anche noi siamo afghani.

  3. 27 dicembre 2001 esattamente 10 anni fa, quando la paura aveva gli occhi scuri, un copricapo strano, la barba lunga e faceva indossare un pastrano alla sua donna tanto da annullarla. Dieci anni per capire che e’ stato solo massacro programmato. Inutile carneficina come tutte le guerre del mondo.

  4. Pino, hai fatto bene a riproporre questo report …e le foto, poi, sono bellissime, ti dico la verità, a me spaventano un pò quei tipi, barbuti e armati, con l’aria per niente tranquilla. Non so come facevi tu, ad essere così tranquillo…Certo ne hai passate, di cotte e crude…non ti sei risparmiato! complimenti …anche al coraggio…

  5. Per loro – sazi, in festa ed allegrezza, e grezzi e forti –
    non c’è Caino, Abele e pianti e morti :
    per lor la guerra è ” tempo di grandezza “.

    (dove per “lor” non è da intendersi necessariamente “gli americani”: comodo additare sempre un intero popolo, un intero gruppo, una categoria. Per “lor” si intende chiunque ragioni in questi termini, in un mondo sempre più rozzo, sempre più brutto – e per brutto si intende proprio brutto…antiestetico – sempre più ignorante, sempre più animale. Sempre con meno… ‘cultura’… laddove, con un sorriso ora di scherno, mi viene in mente una ‘signora’, pochi giorni fa da Augias, cui la parola “cultura” faceva “orrore”…continuava a ripetere quanto fosse brutta e antipatica questa parola – Augias non ha potuto non notare come non ci sia più neanche il pudore, ormai, dell’ignoranza, altresì ostentata. A tutto questo si riferisce….a un mondo che, volendo proprio ragionare a “schematismi”, l’unico “schema” reale e corrispondente è quello di una vera antiestetica bruttezza).

  6. Che belle quelle foto, è vero, hanno un’anima…nella guerra.
    Pino, riporti anche quell’altra, tenerissima… di quel povero vecchio afghano…proteso a offrire una tazza di thè a un soldato? quella è…da mostra fotografica, sono scatti, nonostante tutto, di vita.

      1. Pino….non si vede… :-(

        (vabbè, comunque io propongo una mostra…con tutte le foto dei tuoi, vostri, viaggi nel mondo…dovresti parlarne al tuo agente, editore! ;-)

          1. ..farne ancora…altre, esposte in qualche galleria d’arte.
            la fotografia, come la musica, traduce…ad arte… tutte le parole e i sentimenti del mondo.

  7. Immagini di un passato, immagini di oggi. Quale saranno le immagini di domani?
    Voleranno ancora nei cieli gli aquiloni?

  8. Dieci anni ostituiscono un lasso di tempo sufficiente a poter tracciare un bilancio di quanto fatto e di quanto si sarebbe potuto fare. E sulla base di quanto scritto nel tuo post, da fare c’è ancora parecchio per riportare una parvenza di normalità. le cartoline afghane ci rimandano indietro in un tempo che , credo, tutti vorremo dimenticare per la mortificazione continua imposta dai talebani al popolo.
    Ma il cambiamento non avviene da un giorno all’altro e chissà quanti anni serviranno ancora per poter cancellare gli effetti di un potere cieco e sanguinario. Tra altri 10 ci ritroveremo a discutern, e parlare al futuro significa comunque nutrire una speranza.

  9. Le guerre non servono… creano macerie fuori e dentro l’anima, le ferite restano e il dolore non si placa.
    Una nonnina centenaria del kosovo, a suo nipote che cercava la Libertà, ha detto prima di morire: ” Caro nipote, sono nata che c’era la guerra, sono vissuta con la guerra, sto morendo e c’è ancora la guerra”. Il nipote cerca ancora la libertà.

  10. Quanti ricordi Gabbiano…
    Non sono riuscita a recuperare le foto che ti aveva inviato Alessandro.

    “…Un anno fa, pressappoco a quest’ora atterravo all’aeroporto di Kabul. Riaffiorano le sensazioni…le emozioni. Il load master,che si affaccia dal portellone di quel C130(fin troppo pieno!). Quelle parole esclamate con tanta “normalità”:”siamo a Kabul”. Il primo impatto è stato…freddo. Nel senso che c’era un… freddo spaventoso. L’attesa nell’hangar, per le procedure di sbarco. Gli occhi di chi, come me, per la prima volta arrivava in quel teatro:nel suo primo teatro di guerra all’estero. Di guerra e all’estero. La curiosità di sapere cosa ci fosse oltre. Oltre a quel tutto che,non si poteva vedere subito… L’arrivo dei colleghi che si trovavano già la. I saluti, gli abbracci e finalmente…si mangia. Nella mensa internazionale che subito, al primo impatto, ti fa rimpiangere i piatti di mamma. Siamo pronti. Si esce. Si va verso Camp Invicta. L’emozione sale. Il ricordo dei passati preparativi ,si sofferma, sul peso del giubbetto antiproiettile, indossato milioni di volte in addestramento. Sarà il peso ”morale” che attribuisco in questo momento a fare la…differenza? Controlliamo l’equipaggiamento e si va. Gli occhi sgranati. La curiosità mi fa osservare ogni piccolo particolare. Per la prima volta sulla Jalalabad Road. Fino ad allora, solo una striscia rossa su qualche mappa…o al centro di qualche brutta notizia. Brevi flash. Troppe cose e tutte insieme. I bambini che giocano a palla…scalzi!!! e…sulla neve, nei pressi di una base americana. Taxi gialli e bianchi…poliziotti afghani agli incroci…anche un po’ di tensione. Il gate di Camp Invicta. E siamo dentro… …è già passato un anno…sei mesi e mezzo intensi. Momenti facili e difficili. Tante persone incontrate e…conosciute. Storie di italiani e afghani, di pizzaioli…nepalesi e rivenditori croati. Storie che s’intrecciano e creano un ‘esperienza umana e professionale, fantastica… …anche adesso a distanza di un anno l’emozione cresce…” Ale

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