Filmare la propria morte

La morte in diretta: domenica Gelson Domingos da Silva indossava il giubbotto antiproiettile, obbligatorio per i reporter che fanno copertura giornalistica in zone di rischio. Il cameraman stava infatti seguendo le operazioni della polizia militare brasiliana in una favela di Rio de Janeiro. Con la camera in spalla riprendeva il blitz delle forze speciali contro i trafficanti di droga nella parte occidentale della metropoli. Improvvisamente un proiettile sparato da un fucile automatico lo colpisce al petto, il 46enne cade a terra. E la sua telecamera filma tutto. Il gruppo televisivo brasiliano Rede Bandeirantes ha trasmesso domenica sera le ultime immagini riprese da Gelson Domingos da Silva. Un documento terribile: nel video si vede l’operatore in mezzo ad uno scontro a fuoco tra agenti di polizia e trafficanti. È alle spalle di un poliziotto quando un proiettile lo colpisce e lui lascia cadere la telecamera. segue 

Non è la prima volta. Ricordo a memoria almeno altre tre situazioni simili, sicuramente due in Croazia: un operatore colpito da un cecchino, terribile si sentiva anche lo sparo. E poi un altro raggiunto da una granata quando aveva la telecamera accesa che ha registrato tutto, fino alla fine, anche l’agonia di quel povero coraggioso reporter. E’ la realtà che s’infila nella finzione, sembra un film invece è tutto drammaticamente vero. Morire per raccontare.

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31 thoughts on “Filmare la propria morte

  1. “PER UN REPORTER DI GUERRA, “TERRITORIO COMANCHE”, E’ IL POSTO DOVE L’ISTINTO TI DICE DI FERMARE L’AUTO E FARE MARCIA INDIETRO.
    IL POSTO DOVE LE STRADE SONO DESERTE E LE CASE SONO ROVINE BRUCIATE, DOVE SEMBRA SEMPRE L’IMBRUNIRE E CAMMINI STRETTO AI MURI VERSO GLI SPARI CHE RISUONANO IN LONTANANZA, ASCOLTANDO IL RUMORE DEI TUOI PASSI SUI VETRI ROTTI.
    IN GUERRA IL SUOLO E’ SEMPRE COPERTO DI VETRI ROTTI.
    TERRITORIO COMANCHE E’ LA DOVE LI SENTI SCRICCHIOLARE SOTTO I TUOI SCARPONI E, ANCHE SE NON VEDI NESSUNO SAI CHE TI STANNO GUARDANDO.
    LA DOVE NON VEDI I FUCILI MA I FUCILI VEDONO TE.”

    Arturo Peretz Reverte

  2. Visto il filmato. Dispiace che un Reporter per dare notizie perda la vita, ma non ha usato nessun tipo di cautela. Morire così è da stupidi. Almeno gli altri sanno come non comportarsi dopo questo tragico esempio.

  3. L’unico errore che ha fatto, parlo da tecnico, è di essersi messo alle spalle di un poliziotto così da diventare egli stesso bersaglio. La regola vuole che non ci si metta mai in mezzo a due “contendenti” ma di lato. Forse si sentiva protetto da quelle divise. Purtroppo ha pagato con la vita.

  4. Si spera che i tuoi colleghi si convincano, che il giubbotto antiproiettili o in kevlar non è lo scudo di Capitan America.
    E che vada a farsi friggere la notizia, se va pagata in questo modo. Non ne vale proprio la pena.

  5. Non vorrei angustiarti con discorsi tecnici ma da una vita insisto che il giubbotto antiproiettile non serve praticamente a niente. Intanto perchè dipende dal proiettile. Per essere efficace deve avere almeno tre lastre per un peso totale di 50 kg. Poi la regola che ti ho detto prima è la base di chi va per guerre. Probabilmente il povero operatore brasiliano non era abituato a situazioni di rischio reale, per lui era “solo” un’operazione di polizia. Ma quando ci si infila in un conflitto a fuoco un errore può essere fatale. In una parola, in certi posti servono autentici professionisti.

  6. E’ invece interessantissimo sapere come vi muovete nelle “zone di operazioni”. Quali accorgimenti usate, trucchi e metodiche di approccio con la notizia, attrezzature. Si, questo è un blog, ma qualche pillola sull argomento, fa piacere saperla anche qui.

  7. Piano piano…qualcosa dico ;))) Sai che noi cosidetti inviati di guerra abbiamo fatto il corso di sopravvivenza? Durissimo. La Rai non fa partire in zone a rischio se non lo hai fatto (magari una volta posto qualche foto divertente…) In genere le coppie (giornalista-operatore) sono quasi fisse perchè è importante essere in simbiosi. Tantissime situazioni a rischio le ho passate con Norberto Sanna, era bravissimo a piazzarsi, ma non solo lui: cercavamo una postazione sicura, possibilmente al coperto (un muro e almeno un albero oppure dietro la macchina), e da lì filmava senza pericolo. L’importante è avere sempre la via di fuga. Due sole volte ho avuto paura perchè mi sono sentito in trappola. La notte della Diaz in quel cunicolo, stretti fra i black bloc e i poliziotti e ultimamente a Ras Lanuf, in Libia dove stavo con un grandissimo operatore, Enrico Bellano. Non so se ricordi quel filmato con la bomba che ci casca quasi in testa. Mi sono guardato intorno: non avevamo niente per proteggerci, dovevamo solo pregare.

  8. Mi ricordo benissimo. Lì non sapevi neppure dove andare a ripararti, perché ovviamente, non sapevi da dove arrivavano le bombe, e stare sotto un pick-up non era manco sufficiente.
    Non sono certo io, quello che ti deve invitare a realizzare un libro su questo argomento, cioè tecniche di reportage, ma ormai la pulce nell orecchio è messa.

    1. Si sa da dove arrivavano le bombe: dal cielo, dai Mig di Gheddafi. E a occhio non c’era neppure un pezzo di cemento dove ripararsi.
      Un altro libro? Se dovessi seguire tutte le idee che mi frullano in testa…non dovrei fare altro.

  9. Eccole. Una chicca … che fra trenta secondi esatti si autodistruggerà ;))) Qui sto aggrappato a venti metri d’altezza, come dire al quarto piano. Al link troverete molte altre immagini e un articolo sul corso di sopravvivenza a Pavia, febbraio 2003. Dopo neanche due mesi stavo a Baghdad, a fare sul serio.

    Si prega di non sfottere…

  10. C’ è poco da sfottere, le immagini sono serie e soccorrere una persona non mette allegria a nessuno. Però l’ albumino era ben nascosto, aggiunto a “preferiti”.

  11. Te possino ;))) Pensa che ho imparato anche a mettere i punti, ma non lo consiglierei al peggior nemico… Sai con il fantoccio era facile, mica protestava …

  12. Visto che ormai…mi sono scoperto, sai qual’è stato l’esercizio più difficile? E’ l’ultima foto dell’album: ci buttavano in piscina dentro un abitacolo (in quel caso mi pare la cabina di un elicottero) e bisognava uscir fuori. Se ti fai prendere dal panico, affoghi… Hai capito perchè dico che per andare in certi posti bisogna essere preparati?

    1. Certo che occorre essere preparati, e forse è un bene mettere anche il video di quel poveraccio che è morto in quel modo nelle favelas. Anzi sai che ti dico? che quando esprimi i tuoi momenti di paura (scuola Diaz e ras lanuf) significa che sei cosciente, e ci si rende conto che c’ è un pericolo da non sottovalutare. E forse questo fa portare la pelle a casa. Poi, non so.

      1. Hai assolutamente centrato la questione. Quando mi chiedono se ho paura, rispondo regolarmente: “Certo che ho paura, bisogna aver paura. La paura ti salva la vita”. Dove naturalmente la paura sta per coscienza reale del pericolo. E’ qualcosa che ti porti dentro e che resta sulla pelle, per sempre. Io auguro ai colleghi più giovani di avere almeno una volta una grande paura, naturalmente sopravvivendo. Dopo useranno la testa.

        Il video del povero operatore brasiliano c’è, linkato nel post.

    2. La conosco! l’ho vista in “Ufficiale e Gentiluomo” il film, terribile quell’esercitazione…perchè devi mantenere il senso dell’orientamento…slegarti in acqua – perchè siete legati no? – insomma tutto quello che serve quando cade un aereo…. aiutooo

      (avevo fatto il replica al commento dell’esercitazione in piscina…ma è uscito qua, vabbè).

      1. Va bene anche qui. No, onestamente non siamo legati ma è difficile uguale perchè sott’acqua la pressione ti rende difficile l’uscita…centrare il finestrino e ovviamente non è che hai tanto tempo… finchè respiri insomma. E’ un’esercitazione vera. Sono pronti a sub in caso di difficoltà, ma magari arrivano tardi…Non è l’unico esercizio complicato, ce ne sono molti altri: per esempio stare completamente al buio in una stanza densa di fumo con la maschera antigas (che ti fa respirare a fatica) e …rintracciare la via d’uscita.

  13. Si spera però che, oltre ad addestrarti ad indossare la tuta protettiva, in quel di Saxa Rubra la fornivano pure. O davano solo i cappellini di carta con la scritta: si salvi chi può! :-)

  14. Si parla sempre male della Rai ma su certi argomenti è assolutamente imbattibile, nessun altro inviato (neppure dei grandi giornali) aveva la nostra attrezzatura. Ho ancora in garage tre sacche con kit di sopravvivenza (dalle funi al prontosoccorso a siringhe fasce e pasticche di tutti i tipi). E poi il giubbotto antiproiettile (personalizzato) e il casco. Oltre a vestiario adatto al grande caldo o al grande freddo. Una sciccheria, materiale di prim’ordine. Non ci forniva soltanto il … culo. A quello dovevamo pensarci da soli ;)))

  15. Ottimo articolo, utile a tutti. Anche perché radiazioni e proiettili vaganti, non fanno distinzione tra Giornalisti o salumieri.

    Buonanotte a tutta la Torre.

  16. Walter! in realtà tu impazzisci per questi racconti, come tutti i maschi, ma è vero: interessante per tutta la Torre! ;))) Notte a tutti.

  17. Davvero la realtà supera la finzione anche in un momento estremo come quello della morte:un reporter muore raccontando la propria morte con le immagini.Sembra un bisticcio di parole, invece è una vera tragedia.

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