La Libia di Hakim

Tra queste due foto ci sono cinque mesi. Nella prima stiamo al fronte di Brega, a marzo. Stavo mangiando un piatto di spaghetti-killer: solo gli anticorpi coccolati in tanti anni di frontiera mi hanno probabilmente salvato… Sto con Hakim, il mio fido driver. Driver è poco: anche guida, interprete, il mio punto di riferimento in Cirenaica. Quante corse nel deserto dietro gli shabab, quante paure. Oggi mi è venuto a trovare a Roma. Certe esperienze vissute in emergenza rinsaldano le amicizie e così ci siamo salutati molto affettuosamente. Gli ho dato con piacere il libro, lui mi ha regalato un portafoglio. Poi, davanti a due limonate, ci siamo messi a parlare spassionatamente della Libia. Da allora le cose sono naturalmente cambiate. A Bengasi la vita è tornata normale. Hakim ha un negozio di casalinghi ed è venuto appunto a rifornirsi in Italia poichè l’attività è ripresa quasi ai livelli precedenti la rivolta. Ma è stata dura in questi mesi. Mi ha raccontato che qualche giorno dopo che siamo partiti c’è stato un momento difficilissimo, il 19 marzo, quando le truppe di Gheddafi sono entrate in città, proprio sulla strada che porta a casa di Hakim, e anche lui ha preso il kalashnikov. Poi per mesi si è impegnato da volontario in un “catering” per gli insorti: anche ventimila pasti al giorno da portare sui territori di guerra. Come finirà? Certo la Libia ancora non è in pace, ma finchè non sarà preso Gheddafi non potrà nascere un nuovo Paese. Magari passeranno mesi. “L’importante è che non ci abbandoniate” ha detto convinto. Insomma, finchè ci sarà l’Occidente alle spalle i libici credono in un futuro migliore. “Del resto, noi abbiamo quel che voi volete”. Il petrolio, già.

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8 thoughts on “La Libia di Hakim

  1. Il suo paese ha perso il primo posto nell’indice di sviluppo umano del continente africano, ma lui questo non lo sa, o se lo sa non gli dà importanza. Come tutti i libici , anti Gheddafi, che ho sentito, si fa forte del petrolio libico che è il migliore, ma non sa che non c’è più il giannizzero che regola le royalties e che sulla popolazione di dollari ne caleranno di meno. E non pensa che liberarsi di Gheddafi è costato un inquinamento del territorio che sarà pagato in malattie, insieme a tutte quelle residue della guerra, agli invalidi, ai mutilati. Cose capitate fuori Cirenaica.

    Se fosse stata la stragrande maggioranza a volerlo (ma allora non avrebbero avuto bisogno della Nato) buon per loro, ogni popolo deve potersi regolare come crede, ma manifestamente non è così.
    Poi lui parla di Bengasi, ma a Sebha non ne possono più dei gruppi ribelli che rubano a destra e manca e terrorizzano quelli che non sono dalla loro parte; e parlare di Sirte o Bani Walid come di città in cui la popolazione è scudo umano dei lealisti è ridicolo visto che la Nato bombarda alla grande obiettivi civili.
    E’ ben strano che la ribellione sia partita da Bengasi che con Derna è la città che in assoluto ha dato più “volontari” ad Alqaeda in Iraq. Da pulpito la richiesta di libertà.

  2. Mi è rimasta impressa la torta di colore viola… mi pare in Afghanistan ;)))
    Non conosco abbastanza la situazione libica, non posso dare giudizi, penso solo che come in ogni situazione di disordine in cui sta nascendo qualcosa, c’è una parte di gente che sta più avanti , in quanto a desiderio di civiltà, diritti umani, democrazia e libertà, e una parte più arretrata – la palla al piede di chi è più evoluto, dai tempi dei tempi.
    Tanti Auguroni di vero cuore al tenero e fidato Hakim;)))

  3. Mi è capitato sotto gli occhi proprio ora un articolo di un bengasino “fino al midollo” e perfino combattente con dei ripensamenti. http://www.islamiclearningcentre.com/public_html/v1/index.php/en/pengumuman/863-ex-terrorist-says-terrorists-and-nato-lost-war Giusto sentire due campane!

    Oltre al fatto che, ora come ora, vi sono dei quartieri di Bengasi che sfuggono completamente al CNT e inalberano la bandiera verde, evidentemente Hackim abita da un’altra parte della città e non ascolta le notizie, oppure dà voce alla sua speranza – che non collima con quella di quei pochi libici o stranieri di colore sopravvissuti al genocidio che i ribelli di Misurata hanno fatto a Tawargha.
    Cnn e Aljazeera queste cose non le hanno dette. Finora, ma dai media americani e inglesi qualcosa inizia a filtrare perchè tutti vengano a sapere cosa sarà il futuro della LIbia.

  4. Mi ha scritto Hakim, ha letto i commenti. Intanto per onestà devo dire che la battuta finale è soprattutto mia, ma quel che tiene a smentire categoricamente è la presenza di bandiere verdi a Bengasi. La rivolta in Libia è già stata tanto manipolata che non è il caso di aumentare la confusione.

  5. Combattimenti sono scoppiati a Tripoli. Lo riferiscono testimoni citati dall’agenzia Reuters. Secondo residenti a Tripoli, ci sarebbero tra 20 e 50 combattenti filo-Gheddafi impegnati in scontri a fuoco nella capitale libica con le forze del Consiglio nazionale transitorio. Le forze del Cnt su pick up sono accorsi sul luogo della sparatoria, nel quartiere di Abu Salim, dove era forte l’appoggio all’ex rais. Secondo testimoni, la battaglia ha visto l’impiego di armi automatiche e mitragliatori pesanti. Residenti hanno raccontato che i guerriglieri filo Gheddafi sono comparsi ad Abu Salim e hanno cominciato a intonare slogan a favore dell’ex leader libico.

  6. Khamis Gheddafi, uno dei figli del rais libico deposto Muammar Gheddafi, è morto il 29 agosto: lo sostiene al-Rai, una tv siriana vicina all’ex regime di Tripoli. Lo scrive sul suo sito web l’agenzia Reuters, precisando che Khamis sarebbe morto combattendo a sud della capitale.Secondo l’emittente, Khamis era alla testa di una brigata militare di elite ed è la vittima di più elevato grado nel campo dei fedeli del dittatore rovesciato, da quando il conflitto è iniziato. Al-Rai aggiunge che tra le vittime c’è anche un suo cugino, Mohammed Abdullah al-Senousi, uno dei responsabili dell’intelligence di Gheddafi. Gli scontri si erano verificati a Tarhouna, ad un centinaio di chilometri a sudest di Tripoli.

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