Senza rimorsi

Valerio Morucci, il «postino» del sequestro Moro, l’uomo che partecipò alla strage di via Fani e telefonò, il 9 maggio del 1978, al professor Franco Tritto per spiegare dove andare a cercare la Renault 4 con il cadavere del presidente della Dc, su Le Monde dice di non provare «né rimpianti né rimorsi». Si definisce oggi un «democratico partecipativo fautore di un’autogestione locale».  (…)  È quella formula, «senza rimorsi», che ricorre nell’articolo, a fare impressione.  Valerio Morucci fu condannato più volte all’ergastolo ma, dissociatosi dalle Br dopo l’arresto nel 1979, beneficiò delle riduzioni di pena. È uscito dal carcere nel 1994, oggi ha 62 anni, lavora a Roma come tecnico informatico per un’agenzia di viaggi e scrive su «Theorema – Rivista italiana di sicurezza, geopolitica e intelligence». Morucci, peraltro non nuovo anche in Italia all’autoindulgenza ripete la solita versione.  «L’affare Moro resta un vero trauma rispetto a quello che è successo prima e dopo – dice Morucci -. Eppure, continuo a pensare che all’epoca aveva un senso. L’Italia viveva una situazione prerivoluzionaria e la lotta armata era una risposta strategica al potere della Democrazia cristiana e dei fascisti. Eravamo in guerra contro lo Stato». E ancora: «Non è mai facile sparare a un uomo per ucciderlo. Ero cosciente che anche io potevo morire nel corso dell’attacco». È la consueta, delirante ricostruzione degli anni di piombo che affascina ancora qualche francese (vedi il caso Battisti). Corriere della Sera

Ricordo di essere uscito una volta insieme a Morucci dall’aula bunker di Rebibbia dopo un’udienza del processo Moro quater. La circostanza m’impressionò: noi eravamo due cittadini “uguali”. Io ero cioè libero come lui che stava a via Fani e sparò. E dov’è allora la giustizia, pensai. E’ uscito presto dal carcere perchè si è dissociato, cioè ha rinnegato una partecipazione attiva al terrorismo senza tuttavia dire una parola di verità su quegli anni. Pensa che palle (scusate il francesismo ma è pertinente): uno che umilia il suo passato rivoluzionario solo per uno sconto di pena. Adesso che è libero torna a fare l’arrogante e insiste molto sulla mancanza di rimorsi, rivendicando le azioni sanguinarie. Ci tiene a non avere rimorsi. Buon per lui che lo va a raccontare ai francesi, gli unici che ancora credono che sia un eroe. Per gli italiani, che hanno subito la sua violenza, è semplicemente un assassino.

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13 thoughts on “Senza rimorsi

  1. no, non per tutti è un assassino….. ricordo benissimo che 2 anni fa, nel sottopassaggio di piazza montano, vicino a casa mia, nel quartiere genovese di Sampierdarena, proprio il 9 maggio, è comparsa la scritta “w le br, che perseguivano un’ideale di giustiza” e ancora oggi mi capita di sentire qualcuno dire che Guido Rossa era un traditore!
    Non ti dic, la rabbia che mi fanno provare!

  2. Fosse solo uno, ad essere libero dopo aver causato tanta morte e tanto dolore… “Scarcerato Loiacono: nessun Br del caso Moro è più in detenzione completa”.

    Ogni volta che sento nominare Battisti, non posso fare a meno di pensare al “signor” Alvaro Lojacono, ed allo scandalo che fece a suo tempo in Ticino, lo scoprire che colui che era stato condannato – in contumacia – all’ergastolo per il caso Moro, lavorava tranquillamente per la Radiotelevisione Svizzera (con la palese protezione di qualche “santo in paradiso” e del quale, non abbiamo mai saputo il nome, poiché la pratica dell’insabbiamento, non è prerogativa esclusivamente italica…), dove fra l’altro, viene chiamato Alvaro Lojacono Baragiola e che non fu mai estradato in Italia, perché di madre svizzera e quindi la Svizzera, non riconoscendo le sentenze emesse in contumacia, non concesse l’estradizione…

  3. Se è per questo, io stesso ho visto di persona (liberi) Renato Curcio a Roma, in una cooperativa, e Giovanni Senzani a Firenze, in una libreria. Lavorano tutti, beati loro. Ma almeno hanno il…buon gusto di tacere.

  4. Secondo noi bisognerebbe invece incalzare…intervistare continuamente…non dare tregua a coloro che hanno causato tutto ciò…Liberi, bene, ma devono continuamente dare motivazioni, devono continuamente essere sotto la luce dei riflettori, interrogati, additati….fermati…non devono sfuggire (lavorando in anonimato) alla gente che vuoel sapere…ai giovani di oggi…che devono imparare a chiedere SEMPRE. Devono fare i conti sempre con il loro passato: è questa la vera galera!

  5. e questo? è giusto?

    padova
    Il figlio di Riina andrà a lezione al Bo
    Iscritto al terzo anno di Economia
    Domenica esce di cella. Lavorerà in una onlus cittadina. Intanto il senatore padovano Luciano Cagnin (Lega) dichiara: «Pronti a scendere in piazza»
    Giuseppe Salvatore («Salvuccio») Riina (Archivio)

    Giuseppe Salvatore («Salvuccio») Riina (Archivio)

    PADOVA — Nonostante le barricate alzate dalla Lega («qui non lo vogliamo»), Giuseppe Salvatore Riina tra qualche giorno si trasferirà a Padova. Il terzogenito del «capo dei capi» Totò (recluso a Opera con 12 ergastoli sulle spalle) domenica finirà di scontare nel carcere di Voghera gli otto anni e dieci mesi per associazione mafiosa inflitti dalla Corte d’Appello di Palermo e confermati dalla Cassazione il 9 gennaio 2009. Dopodichè, lo stesso 2 ottobre o nei giorni successivi, non tornerà a Corleone ma arriverà in Veneto con l’obbligo di firma, il dovere di rincasare entro le 22 e di non frequentare pregiudicati. Il suo percorso di reinserimento sociale e lavorativo è stato affidato a una onlus fondata nel 1979 da un gruppo di famiglie, per «sensibilizzare il territorio rispetto alle dinamiche di esclusione sociale». Oggi è specializzata nell’affrontare marginalità, immigrazione, dipendenze, minori, famiglie multiproblematiche e percorsi penali.

    L’associazione padovana, citata nell’ordinanza di scarcerazione firmata dal giudice Maria Teresa Gandini del Tribunale di Sorveglianza di Pavia, è stata scelta da Riina su consiglio del suo avvocato, la vicentina Francesca Casarotto. «Salvuccio» nel 2009 è stato infatti recluso al Due Palazzi di Padova e gli educatori che l’hanno seguito hanno fatto da tramite con la onlus, pronta a dare la propria disponibilità. Una soluzione, dicono dall’associazione, gradita alla madre di Riina junior, Ninetta Bagarella, che avrebbe detto: «Vorrei salvare almeno il più giovane dei miei figli, evitandogli di tornare in Sicilia». Dalla donna sarebbe partita anche l’idea di trovargli una sistemazione senza doversi appoggiare a una delle case-famiglie proposte dai volontari. Anche perchè Giovanni Riina, 34 anni, è iscritto al terzo anno di Economia all’Università di Padova.

    «Gli offriremo un lavoro da impiegato e uno stipendio, col quale potrà pagarsi una stanza —spiegano alla onlus —. Se dimostrerà di volersi realmente redimere, lo aiuteremo anche a cambiare nome. Una seconda opportunità va concessa a tutti. Certo, se sul suo arrivo non si fossero accesi i riflettori sarebbe stato meglio, comunque l’abbiamo accettato perchè dalle relazioni delle carceri in cui è stato risulta un detenuto modello (anche il padre si è sempre vantato di essere tale, ndr). Ma se dovesse sgarrare anche una sola volta, se ne dovrà andare». Sarà tenuto d’occhio dalla polizia, perchè secondo il procuratore capo di Pavia, Gustavo Cioppa, «resta un soggetto potenzialmente pericoloso ». Per i magistrati che l’hanno condannato «era diventato il nuovo punto di riferimento della famiglia e protagonista della riorganizzazione della cosca facente capo al padre». Ma la realtà che lo ospita ha le spalle grosse: ha già seguito uno dei fratelli Nirta, responsabili della strage di Duisburg, compiuta del 2007 dall’Ndrangheta. «E’ stato qui qualche anno, era un uomo buono e mite. Si è comportato bene».

    Michela Nicolussi Moro

  6. ANSA

    Da ieri sera Giuseppe Salvatore Riina, 34 anni, figlio minore del boss della mafia, si trova, da uomo libero a Corleone (Palermo) sottoposto a regime di prevenzione. Lo ha confermato all’ANSA il suo legale vicentino dopo un’anticipazione di Repubblica, anch’egli sorpreso che l’uomo, scontati nel carcere di Opera gli otto anni e 10 mesi di reclusione per associazione di stampo mafioso, non abbia preso la via di Padova, dov’era atteso per un lavoro in una Onlus, ma quella della Sicilia.

    La svolta improvvisa e’ arrivata nel primo pomeriggio di ieri quando, prima di lasciare il carcere, a Riina e’ stato ‘sospeso’ il provvedimento di sorveglianza che gli avrebbe permesso, come previsto dal magistrato di Pavia, di arrivare in Veneto e notificato invece la norma di prevenzione emessa nel 2002 dal tribunale di Palermo. Un provvedimento, quest’ultimo, che, come indica l’avvocato, ‘cancella’ quello relativo alla sorveglianza.

    Riina, che all’uscita del carcere e’ stato accolto da familiari e amici, ha dovuto quindi imbarcarsi su un volo per la Sicilia. Per il suo soggiorno veneto se ne riparlera’ ma, per il legale, forse tra non molto tempo poiche’ lo stesso professionista ha pronto un ricorso in Cassazione contro la prevenzione poiche’ sarebbero trascorsi troppi anni dall’emmissione di quest’ultima notifica alla sua applicazione. Salvatore Giuseppe Riina, a detta dell’avvocato, avrebbe preso con filosofia la novita’ dicendosi comunque ”confuso ma felice” di essere tornato a tutti gli effetti in liberta’.

  7. Dal Corriere della Sera:
    IL SINDACO DI CORLEONE: «PERSONA NON GRADITA» – «Mi è stato spiegato – ha detto il primo cittadino di Corleone – che la presenza di Salvatore Giuseppe Riina in paese è dovuta a un aspetto procedurale legato alla vecchia norma di prevenzione emessa dal Tribunale di Palermo e che prevedeva l’obbligo di dimora a Corleone. Comunque la nostra posizione non cambia: Riina junior non è persona gradita qui. Credo che la presenza a Corleone di Giuseppe Salvatore Riina sia invece pericolosa per la comunità». «Io non l’ho ancora visto in paese – ha aggiunto Iannazzo -. Se nostro malgrado dovesse restare, allora non potremo fare altro che innalzare il livello di attenzione per garantire che il percorso di legalità e trasparenza intrapreso dal Comune vada avanti. Non abbiamo d’altronde registrato da parte sua – aggiunge Iannazzo – alcuna dichiarazione di dissociarsi da Cosa Nostra o di essersi pentito delle azioni per le quali è stato condannato. Pertanto non è Corleone il luogo dove lui possa sperimentare un’ipotetica volontà di cambiamento».

    E pare che anche in Veneto non gradiscano le simpatie del figlio di…

  8. Non sono d’accordo con il sindaco di Corleone. Se Giuseppe Riina sta fuori vuol dire che ha pagato il suo debito con la giustizia. Corleone è il suo paese, fa parte comunque della comunità. Il sindaco se ne faccia una ragione, non ha nessun diritto di sostituirsi ai tribunali.

  9. La comunità di Corleone si dovrà assoggettare al volere della Magistratura, ovvio.
    Ma senza fare processi alle intenzioni, il Sindaco ha sottolineato che Giuseppe Riina non si è dissociato nè pentito delle azioni per le quali è stato condannato.
    Siccome si sta parlando di soggetti pregiudicati per Mafia, non di furto Enel, attenzionarsi sembra il minimo per un Paese, che ha deciso di rifiutare la “nomea” di Località mafiosa.

  10. Certo, si può capirlo. Ma Riina jr., al di là del nome altisosante, è un cittadino come gli altri. Non capisco in questo caso perchè il “fardello” dovrebbero prenderlo altre comunità e non quella del suo paese. E non capisco perchè, espiata la pena, non debba avere il diritto di riprovare a farsi una vita.
    Corleone è diventata famosa come capitale della mafia mica a caso. E’ il passato, ma nessuno può prescindere dal proprio passato.

  11. da Corriere.it

    «Adesso, dopo 8 anni e 10 mesi sono un uomo libero. Un uomo che ha studiato, si è diplomato, studia all’università e vuole vivere la sua vita da cittadino di questo Stato riprendendo a lavorare, come è diritto di chi ha pagato il suo conto, come vorrei ricordare a quanti richiamano sempre le regole e le norme della Costituzione».
    Forse continuano a rimproverare a lei condannato per mafia e alla sua famiglia un conto aperto con lo Stato e il popolo italiano.
    «Chi ha pagato ha diritto o no in questo Paese di rifarsi una vita, anzi a riprendersi quanto, a torto o a ragione, gli hanno tolto?».

    Che cosa le avrebbero tolto?
    «Parlo del lavoro che mi hanno impedito di svolgere. Con provvedimenti amministrativi che non capirò mai. Io facevo il rappresentante, vendevo macchine agricole, qui a Corleone».
    L’hanno anche accusata di ricostruire un clan mafioso.
    «Per le accuse a torto o ragione mosse, ho pagato. Resta il fatto che il mio lavoro non era un reato. Eppure si decise con le carte bollate che io non potevo, che dovevo chiudere per colpa di un cognome».
    L’avverte come un marchio?
    «Rischia di diventarlo. Ma anche questo è fuori dalla regole del Paese, dello Stato».
    Qualcuno si sorprenderà a sentir invocare lo Stato al figlio di Riina.
    «Può sorprendersi chi si lascia condizionare da cronache di giornali e rappresentazioni di storie spesso inventate, senza alcun riferimento alla realtà, a quello che ognuno di noi pensa».

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