E sono quaranta

Un altro militare italiano è morto in Afghanistan in seguito all’esplosione di un ordigno artigianale nel distretto di Bakwa, nella parte meridionale del settore ovest, sotto il comando del nostro Paese. Si tratta del primo caporal maggiore Roberto Marchini, 28 anni, originario di Caprarola (Viterbo), geniere-paracadutista dell’ottavo reggimento del genio Folgore di Legnago. Al momento dell’esplosione era appena sceso da un mezzo militare e stava tentando di disinnescare l’ordigno che l’ha ucciso.

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18 thoughts on “E sono quaranta

  1. Sulla missione ognuno ha le sue idee, giuste o sbagliate che siano, ma ormai mi è difficile anche trovare le parole per esprimere il mio cordoglio alle famiglie.

  2. nel suo ultimo giorno di lavoro per cercare di aiutare un popolo ha trovato la morte!!
    Che il Signore lo accolga tra le sue braccia e che si prenda cura di lui visto che la sua mamma non potrà più farlo!

  3. ieri ero nella Sinagoga di Firenze per un lavoro…sono arrivato mentre si stavano dando il cambio i giovani militari che proteggono il sito ( armati fino ai denti, che assurdità!! un luogo di preghiera protetto dalle armi !! ) ed il mio pensiero, quasi un presagio, è andato subito a tutti questi soldati mandati a rischiare la pelle fuori dall’Italia…..cui prodest?

  4. @Walter – quanto tempo non sentivo il silenzio fuori ordinanza. Quanta emozione sei riuscito a scatenare, quanto dolore. Ascoltato in una simile circostanza fà accaponare la pelle, stringe un laccio alla gola e ti fà reprimere una lacrima, per dignità, per amor di patria per l’amore per la vita che accomuna tanti giovani alle armi. Vorrei abbracciarli tutti questi ragazzi, e le loro mamme ed i loro papà. Vorrei che tornassero a casa, tutti, presto, sapendo che il loro sacrificio, topo tutto, è valso la pena.

  5. Grazie Walter…grazie Barba.Grazie da parte delle ragazze e dei ragazzi che hanno fatto questa scelta di vita.
    Grazie a nome di tutte le mamme che vivono questa scelta con preoccupazione e orgoglio…

  6. Ciao
    ragazzo ci risiamo!
    Sono stanca di scrivere
    liriche di cordoglio.
    anche oggi la morte
    con una esplosione di luce
    ha bussato alla tua porta!
    Quanta amarezza
    per un’ altra vita perduta!
    Questa sera guarderò per te
    la tua casa vuota sotto le stelle.
    La pallida luna è quasi piena.
    Per le vie del borgo
    si ode un pianto di dolore.
    Ciao
    ragazzo ci risiamo!
    ho desiderio di lasciarti
    parole felici.
    Sono stanca di scrivere
    liriche di cordoglio.
    Solo canzoni di vita di gioia
    parole di pace e d’amore.
    Ma il mondo è crudele
    vi obbliga a fare le guerre.
    Oggi nell’aria la musica è dolce
    la tenda di lino bianca
    sinuosa danza al vento la vita.
    Una vecchia radio trasmette per te
    ma le parole narrano e cantano
    la tua fine.

    franca bassi

  7. Non sono quaranta, sono moltissimi che hanno lasciato la terra per non tornarci più. Non ha importanzza quale sia la loro bandiera, sono morti ammazzati e non ci sono più! Mi dispiace Gabbiano, ma questa volta non sono d’accordo, il conto è molto più pesante. Non abbiamo ancora capito qual’è la vera libertà! franca
    … ‘L’uomo quando prende in mano un fucile non è più un uomo’.

  8. Ai tempi di Zio Antonio, la guerra era ancora molto guerra di numeri.
    Bisognava essere in tanti, pronti a morire.
    40 erano niente, 40 stavano in un vagone.
    Di loro ci si è dimenticati, delle divisioni più sfigate nemmeno si sanno i nomi.
    Oggi, 40 sono tantissimi.
    Ognuno di loro con una famiglia, una storia, un finerale.
    Per ognuno di loro un corpo, qualcosa si cui piangere.
    La cosa he non cambia è il dolore per queste morti.
    Il lutto nazionale, il figlio di tutti che non torna.
    Presente alle bandiere.

  9. Enea

    … ‘L’uomo quando prende in mano un fucile non è più un uomo’.

    Questo non l’ho scritto io, ma l’ho trovato scritto nel retro della copertina di Pino Scaccia: “Lettere” dal Don”. L’ha trascritto per noi il nostro Gabbiano.
    “Qui, proprio qui in questa stanza, hanno dormito per tanto tempo sette soldati italiani. Gentilissimi, educati. Chiamavano mio padre signor Gavrilich, chiedevano tutto per piacere. Enea era un omone, con la barba, somigliava a Fidel Castro. Faceva la guerra, ma era un pacifista convinto. Sai che diceva? ‘L’uomo quando prende in mano il fucile non è più un uomo’. Un giorno arrivarono i carri armati, era cominciata l’avanzata russa.
    Enea scappo, con gli altri.
    Chissà se ce l’ha fatta a tornare a casa oppure il suo corpo è ancora vicino a me”.
    (Leonid Tarakanov Gavrilerich, villaggio di Millerovo)
    Di Enea ci resta il suo nome, ma di tanti altri giovani non si sa neppure che fine hanno fatto. Ho sempre creduto che la vera libertà quando c’è indossa una veste a fiori. Nella mia libertà non ci sono guerre!
    Amici,quando muore un giovane in guerra non m’interessa al suo rientro quale bandiera coprirà il suo corpo, so solo che in una casa c’è una madre che piange e in un’altra, una madre ancora spera che suo figlio torni presto a casa.

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