L’agenzia stampa Nuova Cina riferisce che, tra lo scorso settembre e il gennaio 2007, il governo cinese ha imposto una nuova stretta repressiva al mondo di internet. Secondo la fonte i siti internet chiusi dalle autorità in quel periodo sono stati 105, in tutti i casi, i gestori dei siti sono stati accusati di pirateria informatica. 99 di loro hanno ricevuto sanzioni amministrative, mentre per gli altri sei si è proceduto con accuse penali. La Cina è il secondo mercato mondiale per gli utenti della rete, ma nel paese sono in vigore leggi molto restrittive sulla censura e sulla condivisione dei files. (PeaceReporter)
9 gennaio: Lan Chengzhang, giornalista cinese che indagava su un’industria mineraria, una delle più pericolose di tutto il Paese, muore per le percosse subite. Secondo il suo giornale, l’attacco era stato ordinato da uno dei boss locali, infastidito dalle indagini. Wang Jianfeng, capo della sezione notizie del ‘China Trade News’, conferma che Lan – un redattore ancora in prova – viene ucciso nei pressi di una miniera nella contea di Huiyuan, nella provincia settentrionale dello Shanxi. Il giornale “ha inviato un gruppo di persone con il compito di indagare sull’accaduto e denunciare i fatti alla polizia ed al governo locale. Faremo di tutto per proteggere i diritti dei giornalisti”. Secondo il racconto di un giornale locale, il gruppo di “teppisti” ha iniziato a colpire Lan mentre un suo collega giornalista si trovava chiuso nell’ufficio di uno dei padroni della miniera. Proprio quest’ultimo, sopravvissuto all’attacco, accusa lo stesso dirigente di aver ordinato l’omicidio. Secondo i giornali ufficiali, invece, Lan era “un falso giornalista, che cercava di estorcere denaro agli investitori della provincia”. Isf
Reporters sans frontières spera che oggi il giornalista Zhao Yan sia scagionato e liberato dalla giustizia cinese. L’Alta Corte di Pechino dovrebbe pronunciare il proprio verdetto dopo un processo d’appello che si è svolto senza l’organizzazione di una sola udienza pubblica. “L’assoluzione e la liberazione del collaboratore del New York Times rappresenterebbero un gesto di apertura nei confronti della comunità internazionale. Dopo la delusione per l’appello negato al giornalista Ching Cheong, condannato a cinque anni di carcere per « spionaggio », le autorità politiche e giudiziarie del Paese devono assumere le loro responsabilità e liberare al più presto Zhao Yan”, ha affermato Reporters sans frontières. Lo scorso 29 novembre, l’avvocato Guan Anping ha confermato a Reporters sans frontières che il processo d’appello per il reato di « frode » avrà luogo il 1° dicembre alle 9 del mattino davanti all’Alta Corte di Pechino. L’avvocato ha riaffermato l’innocenza del suo cliente, condannato in prima istanza sulla base delle sole dichiarazioni di un funzionario della provincia di Jilin che accusa il giornalista di aver reclamato, nel 2001, l’equivalente di 2.500 dollari americani per poter aiutare alcuni contadini della zona. Zhao Yan – che all’epoca lavorava come cronista per un quotidiano della provincia di Jilin – ribadisce la sua innocenza e chiede di essere sottoposto alla macchina della verità. Durante il processo in prima istanza, la difesa non è stata autorizzata ad interrogare i testimoni dell’accusa. Zhao Yan è in carcere dal 17 settembre 2004. Nel 2005 è stato insignito del premio RSF – Fondation de France. Reporter senza frontiere – Italia
L’Alta Corte di Pechino ha rigettato oggi l’appello presentato da Ching Cheong, giornalista di Hong Kong condannato senza prove a 5 anni di carcere per “spionaggio a favore di Taiwan”. Secondo i giudici della capitale, i 5 anni di carcere per Ching – capo corrispondente per la Cina dello Straits Times, quotidiano di Singapore – sono “una punizione appropriata” comminata “dopo un’accurata applicazione della legge”. Uno dei membri della Corte ha aggiunto che “è stato garantito il pieno diritto di appello per il giornalista”. I familiari di Ching, presenti all’udienza, si sono detti “sconvolti” ed hanno espresso “rabbia nei confronti del sistema legale cinese”. Ching Hai, fratello maggiore del condannato, dice: “Siamo molto tristi per questo verdetto, ma anche molto arrabbiati: i giudici hanno confermato quello che era già stato fatto da una corte inferiore, senza considerare i nostri argomenti. Credo che sia molto ingiusto”. Da Hong Kong, colleghi e sostenitori di Ching accusano l’Alta Corte di “aver ignorato la difesa presentata” e sottolineano che questo verdetto “provoca molti seri dubbi sulla giustizia del sistema cinese”. Ching, 56 anni, era agli arresti dall’aprile del 2005. Il 31 agosto scorso i giudici di una corte inferiore cinese lo avevano condannato a 5 anni di galera: il giornalista avrebbe confessato di aver venduto informazioni militari a Taiwan e di aver messo in piedi una rete di spionaggio per “vendere segreti di Stato” a potenze straniere. Per gli avvocati del giornalista, la condanna “è sbagliata, perché emessa senza prove”, mentre Taipei ha più volte definito l’accusa infondata ed ha dato garanzie inequivocabili sull’innocenza del cronista. In Cina la maggioranza delle informazioni sulla vita della nazione sono considerate “segreto di Stato” e la loro rivelazione attraverso i media viene bollato come “un attentato alla sicurezza” dello stesso. Attualmente nel Paese almeno 32 giornalisti e 50 cyberdissidenti sono detenuti per questo. Personalità della dissidenza hanno rivelato che le vere ragioni dell’arresto di Ching Cheong sono da legare alla sua ricerca su Zhao Ziyang, segretario del Partito ai tempi delle rivolte pro-democrazia, e sul massacro di Tiananmen nell’89. Il governo continua a giustificare il massacro come un “male minore” che ha garantito stabilità e ordine al Paese, portandolo al successo economico.
Preparava un reportage sulla costruzione di una nuova diga in Cina ed è finito in manette. E’ successo al giornalista del settimanale tedesco “Die Zeit”, Georg Blume. Per lui c’è l’accusa di “attività giornalistica illegale”, ovvero di aver investigato sulla costruzione di una diga sul fiume Nujiang, nella provincia sudoccidentale dello Yunnan. Il corrispondente ha rifiutato di distruggere le interviste alla popolazione del villaggio che dovrebbe sgomberare per consentire la costruzione della diga. E così Blume è stato portato alla stazione di polizia di Liuku, nella regione del Lushui. Anche se il governo cinese non ha ancora ufficializzato la costruzione della diga sul fiume Nujang, i funzionari locali hanno già ordinato alla popolazione di lasciare la zona interessata agli eventuali lavori. Le autorità cinesi impongono a tutti i giornalisti stranieri di chiedere un permesso al comando locale per realizzare dei reportage. Se questo permesso viene negato, il servizio viene bollato come “attività giornalistica illegale”. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di corrispondenti stranieri arrestati in Cina a causa di questa norma. E la censura non è affatto tenera neanche con i giornalisti cinesi. Secondo il rapporto del comitato per la protezione dei giornalisti con sede a New York, alla fine dello scorso anno erano 32 i giornalisti cinesi detenuti, il numero più alto al mondo.
Aveva diffuso su Internet uno scritto favorevole alla democrazia e per questo è stato condannato in primo grado a dieci anni di prigione. Ren Zhiyuan, 28 anni, insegnante, è stato ritenuto colpevole di «sovversione dei poteri dello Stato» dal Tribunale Intermedio del Popolo della provincia dello Shandong.
Nuove accuse di violazione dei diritti umani per il portale Internet Yahoo!: per la seconda volta in meno di sei mesi «Reporter Senza Frontiere» afferma che l’azienda americana ha collaborato con la polizia cinese per reprimere il dissenso politico. Riprendendo un articolo scritto su Internet dallo scrittore Liu Xiaobo, l’organizzazione accusa Yahoo di aver fornito agli investigatori di Pechino le informazioni che hanno portato all’arresto del dissidente Li Zhi. Li è stato condannato a otto anni di prigione per «sovversione» dopo aver aderito al Partito Democratico Cinese. A sua volta, Liu cita come fonte gli avvocati del dissidente che, in base alla legge cinese, hanno accesso ai verbali del processo. Nel primo caso, denunciato in settembre, Yahoo era stato accusata di aver fornito alla polizia il nome e l’indirizzo di Shi Tao, un giornalista critico nei confronti del governo, condannato a dieci anni di carcere per aver denunciato la censura politica. Una portavoce di Yahoo! ha detto che il portale sta cercando di verificare l’ informazione. «Nella maggior parte dei paesi, i governi non sono tenuti a spiegare perché richiedono una certa informazione», ha detto. Corriere.it Trenta milioni di blog nel mondo
Un giornalista ucciso perché aveva denunciato un giro di malaffare nella polizia locale. Un dissidente pestato a sangue perché ostinatamente e coraggiosamente non intende rinunciare alla sua battaglia di libertà e farsi chiudere la bocca. Uno sciopero della fame organizzato per rivendicare il diritto al dissenso. Addirittura la chiusura di un supplemento del Quotidiano della Gioventù Comunista che si permette di andare oltre i confini del consentito. E in molti villaggi una crescente insoddisfazione della popolazione nei confronti di un sistema che nelle aree rurali premia le prepotenze e le corruzioni.
Almeno cento giornalisti del Beijing News, un diffuso e spregiudicato quotidiano bilingue di Pechino (in mandarino e in inglese), sono scesi in sciopero contro il licenziamento del loro redattore capo Yang Bin, messo alla porta insieme con altri due autorevoli colleghi con un intervento d’autorità dei funzionari del Partito Comunista Cinese. L’edizione di oggi del giornale, uno dei più popolari e coraggiosi del Paese, è uscita con una foliazione ridotta e pubblica l’immagine-simbolo della protesta: uno stormo di uccelli in volo verso il cielo plumbeo che sovrasta la redazione del giornale. “Il cielo può essere poco sereno, ma loro voleranno verso la missione che hanno a cuore”, si legge nella didascalia. Secondo funzionari del governo cinese, a quanto riferiscono i giornalisti, il Beijing News “ha commesso errori nell’orientare le opinioni” ed è “recidivo”. Ma l’accusa, secondo i giornalisti, nasconde in realtà una censura politica intesa ad imbavagliare gli autori di inchieste non gradite al regime, come quella sulla sanguinosa repressione delle proteste dei contadini di Dingzhou espropriati delle loro terre.